Diglielo

Giocando a far la donna, sui tacchi. La vedi come è incerta? Ma le è andata bene, ha infilato il braccio in quello di lui, andandosene tranquilla. Lo vedi lo sguardo di lui? Quel mezzo sorrisetto, mentre gli occhi brillano tutti?
Ho visto la dolcezza in quel frangente. Mi è sembrata di averla vissuta. Io al posto di lei, lui al posto suo.
Una pienezza come poche volte capitano. Anzi no, capita sempre nei primi attimi. E allora mi chiedo se lei sia consapevole di quanto stia vivendo. E’ la magia dei primi incontri.
Quelli fatti di buone maniere, di tempi dilatati, dove la fretta viene lasciata ai margini.
C’è tanta leggerezza in questa coppia, come la manica di camicia di lui arrotolata, appena al di sotto il gomito.
Ci vorrebbe giocare lei, col dito, a seguirne la vena sotto la pelle di lui. Ma non mi viene di farlo.
Seduti ad un tavolino, in mezzo a tanta gente, ma ascoltano solo se stessi. Mi sembra di viverla, ma per pudore allontano lo sguardo, lasciandoli nella loro intimità.
Perché so che poi si alzeranno da quel tavolino, si incammineranno, lei che si ferma di botto in cerca di quel telefonino che squilla invadente. Sta masticando parole, brontolando con se stessa perché non lo aveva messo in silenzioso. Ma smette di cercare a casaccio nella borsa, perché sta fissando la sua di pelle ora.
Osserva i puntini, come stesse rabbrividendo, ma non ha freddo. Sono stati pochi secondi, tutto è stato veloce. Lui si è già scostato, ma lei sente ancora il tocco caldo di quel bacio sul collo. La mano di lui, che prima aveva scostato i capelli ora sta sulla spalla. Ma lei è rigida: non ha coraggio di girarsi. E il braccio torna a riempire lo spazio tra loro due.
Ancora non mi viene di farlo. Non ho fretta, sto sgomberando il campo.
Poto rami secchi o che avevano alcun bocciolo da far fiorire.

Il mattino seguente, quel buongiorno di lui. Ci ha riflettuto lei, su tutto e su niente. Ci sto pensando e dovrei essere quanto più onesta con me stessa. Non con gli altri.
Non è il mio momento, questo. Balle, è che di vivere un impegno, lei intendo, anche se leggero, ora non non le va. Ho capito solo questo.

l4P

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Fate piano, state camminando sui miei sogni

Fare l’amore, cercare l’amore. Fare sesso e non cercare con chi farlo.
Lavorare, crescere, vivere e ancora allungare l’occhio sull’altro sesso.
Ma in che modo?

Ogni giorno che passa mi allontano sempre più dall’ideale dell’amore. Mi sto tarando sul concetto che l’uomo che approccia lo faccia per secondi fini. Osservo, ascolto e soppeso.
Resta un mistero la mente maschile, che si palesa in svariate situazioni. Da quello che ha appena caricato la ‘sua lei’ sul treno e sta già al telefono a chiedermi di uscire. Da quello che ha ancora sui baffi il miele della luna e mi manda un messaggio ‘quando ci vediamo’. O il tipo che aspetta d’essere fuori dal mirino della moglie, per cercare di riportare in auge il suo ego maschile “amore, tesoro solo con te riesco ad essere me stesso”. Amore, tesoro, cucciola .. epiteti che ascolto come ingiurie. Non a me, ma al sentimento vero.

E allora, cosa cerca l’uomo? Cosa passa nella sua testolina? Che gli succede al giorno d’oggi? Ho provato a capirlo, ho preso quello che potrebbe essere un ‘due di picche’, per la serie ‘fatti i fatti tuoi’. Ma sono troppo curiosa di capire cosa succede nell’altra metà del cielo.

Per avere una risposta, necessita una domanda. Quindi ho chiesto, ad un soggetto maschile. Non è un’indagine questa, quindi a nulla serve riportare età, peso, stato civile  o quant’altro.  Per comodità lo chiamo Gin.

(Lap) tu, come uomo, come ti descrive nei confronti dell’amore? cinico, disilluso o uno che crede alla storia della sua vita?
(Gin) Secondo te la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio ?Uno che crede alla storia della sua vita? Che vuol dire?

Il primo campanello, che mi ha fatto capire che col mio test non avrei parato da nessuna parte. Rispondere ad una domanda con un’altra domanda: siamo sulla strada dell’elusione. Ma ho glissato e continuato.

(Lap) che non sei un disilluso, che pensi la vita sia  fatta costruendo una storia o relazione ovvero sia, nella tua visione di uomo: ti basti così o senti che ti manca l’altra metà?
(Gin) Posso rispondere con una citazione ?

C’è chi pesca dalle canzoni e dalle citazioni e chi, quelli che a me piacciono di più, attingono dai propri pensieri.

(Lap) sentiamo la citazione
(Gin) L’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere. Maxence Fermine, Neve, 1999

Ho sbuffato alla citazione. Per me vuol dire tutto e niente, ma è scattato in me quella sorta di “mi prendi per il culo? E io insisto”. So che dovevo troncare, ma ho continuato, pur sapendo di ricavarne poco .

(Lap) e tu ti senti artista?
(Gin) No. Un funambolo. In tutto in realtà. Mi piace stare sul filo

Lo scuseranno generazioni di funamboli, che hanno dedicato la loro vita a quella che è un arte. Ma ascoltiamo il resto della spiegazione

(Gin) Artista è troppo generico. E non sono un artista nell’amore nel significato che i più danno al concetto di artista. Il funambolo mette in preventivo la caduta Altri artisti se ne stanno comodi sullo scrittoio o sulla tela. Non temono di cadere.  E hanno una visione distaccata … il funambolo ci sta dentro.
(Lap) ti piace il rischio?

(Gin) Certo. Che gusto c’è sennò ? 

Non sopporto quando le persone cercano di portarmi via dal mio obiettivo. Perché poi ci sono persone che sanno che ci sguazzo nei giochetti mentali. Quindi.

(Lap) per rispondere alla mia iniziale domanda: credi nell’amore?

(Gin) Posso rispondere solo quando arriverò dall’altra parte della fune. Se mai ci arriverò. Resta qualcosa di ignoto. E non credo a ciò che non vedo. E non sento

L’allegra conversazione ha retto qualche altro minuto, ma non ha portato altro che potesse servirmi.

Di tutta la chiacchierata mi è rimasto il concetto di fune. E se un giorno si spezzasse? Mi sono chiesta se per davvero l’amore possa essere una fune. Lascio Gin ai suoi allenamenti con la fune.

E mi chiedo: cosa spaventa l’uomo? E’ colpa della donna, troppo forte, troppo emancipata? Che il ruolo della ‘mammina’ non lo vuole recitare, nei confronti di quell’uomo che dovrebbe essere la sua roccia e non il suo bambino?

L’uomo, credo, cerca la stabilità. Ma chi non la cerca. Vorrei al mio fianco un uomo che non abbia paura di me. Della mia personalità, dei miei spazi personali, dei miei silenzi. Vorrei al mio fianco un uomo che sappia arrangiarsi, che non crolli al primo scossone.

Poi esco, mi guardo attorno e vedo una rappresentanza del mondo femminile che mi fa storcere il naso. Troppo aggressive, moleste con l’educazione stessa. Non mi vedo in quella fetta di donne. Fighe da paura di fuori, ma vuote dentro. Più il capello è tirato e l’occhio è truccato, più la loro figa è di legno.
Guardo poi la rappresentanza maschile: la vedo succube dell’essere femminile. Tutto giro attorno al volere di ‘lei’. Vedo uomini che tremano leggermente se perdono quell’attimo di attenzione che si erano conquistano dalla tipa.
Stanno lì ad attendere il nuovo cenno. Li guardo e li vedo sperduti, come fossero in mezzo ad un deserto in cerca di un’oasi, con la paura di morire.

E infine guardo me stessa. Sogno l’amore, mai ad occhi aperti e alle persone che si avvicinano a me, voglio dire: “Fate piano, state camminando sui miei sogni”.

Lap

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Vostro Onore, siamo tutti innocenti

Quando si fa qualcosa di male (pur avendone coscienza) alla fine ci auto assolviamo.
Parlo ovviamente dei micro reati personali che si perpetrano quotidianamente.
Quindi chiamata in causa, so che posso percorrere il corridoio di un’aula qualunque: può essere la tua vita, quella dell’amica, del conoscente di turno..
Lo farò zitta zitta, a testa alta, sguardo serio  e rotelle del cervello che lavorano accumulando straordinari.

Solo il rumore dei passi.

Ma non con lui, che mi conosce come pochi possono..
(lui)sei in piena sfida con te stessa
(io) non so, ora come ora forse si
si pranza assieme, mi passa una fetta di pane e quando io la prendo, lui la stringe e così si spezza..
(lui) stai mettendo in campo il lato peggiore che potevi assorbire da tuo papà
uno schiaffo al viso mi avrebbe fatto meno male
(io) no, sai che non voglio esser così
(lui) ma sei oltre a lui, lui coi paraocchi, tu no
(io) non posso cambiare nulla e lo sai
(lui) e nulla dobbiamo cambiare, io sto bene ora così, anche se a volte pensarti mi monta la rabbia
(io) lasciamo stare occhei?
(lui) c’è il dolce se vuoi
certo che lo voglio e mi conosce così troppo bene che è inutile che finga e lo mangio, soddisfatta.

Lui sarà l’unica persona (credo) al quale mi concederò di chinare un po’ il capo, perché nemmeno io posso dimenticare
(lui) ma mi vuoi ancora bene?
(io) mai ho smesso di volertene e lo sai
è il motivo per cui ho girato al largo da te, anche quando avevo paura e tu potevi aiutarmi.

Paradossalmente lui mi ha fatto capire che molte cose, successe “dopo lui”, sono imputabili a me: alla mia smania di essere, di correre, di assimilare, di pretendere troppo.
Ma su un punto mi ha sempre dato man forte: il mio lavoro. (lui) “sei tagliata a fare tutto quello che vuoi nella vita”
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Ma la soddisfazione a volte non mi basta: annuso il di più e lo inseguo.
Mi guida la sensazione, quella che mi fa avere la certezza di una soluzione che metta i brividi.
Finora Intuito m’ha guidata bene.
La paura mia più grande? Perdere sto fiuto e la capacità che ho di assimilare gli stati d’animo delle persone.
Perché maggior parte delle volte, la soluzione me la offre la contro parte: leggo il suo comportamento e capisco cosa vuole.

E capisco cosa posso ottenere. Altra mia paura grande: e se tutti questo un giorno non mi bastasse?
Mi resterebbe solo il rumore dei miei passi.

 

Venti centimetri

Lei sulla seggiola, porta le ginocchia al petto, le abbraccia poggiandovi sopra la guancia.

Lui che le passa una mano sulle spalle, sicuro e dolce. Le parla.
Non c’è il sonoro.
E cerco di scrutarne il racconto sui loro visi. Lui due occhi seri, forse troppo, che la guardano. Ma scherza. Una smorfia e scoppia a ridere.

Lei poggia i piedi a terra, tutti e due assieme: mi piace lo smalto che ha. Sì decisamente mi piace.

Stanno uno di fronte l’altro, entrambi a piedi scalzi, “quanto è alto lui”. Le svetta di buoni venti centimetri, portando lei ad allungare il collo indietro, leggermente inclinato a destra.

E finalmente abbasso il viso, i capelli mi scivolano avanti. Sento una mano scorrere la mia nuca.

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Troppi trofei e poche verità

Non  mi sento né confusa, né sicura. Penso sempre di essere arrivata a capire che la qualità deve fare parte della mia vita, ma è un obiettivo che tradisco ogni santo giorno.

Eppure ci tengo a far le cose per bene, sono sistematica, non scaramantica, viziata dalla pancia più che dalla testa, ma che di fondo è sempre padrona.

Mi perdo nelle vite degli altri, forzata dal maledetto vizio di volere ascoltare, osservarne la mimica, capire quanta falsità si cela in uno sguardo diretto.

Siamo autorizzati ad essere cinici? Non lo so, ma lo siamo. Lo sono, anche se non troppo convinta ma, o per pigrizia o per miei limiti mentali, non so in quale altro scomparto mettere un atteggiamento che oscuri la fragilità.

Troppi trofei e poche verità. Che ti rendono determinata, il bersaglio facile e comodo di chi non si vuole scomodare a mettersi in gioco con te, con me, con tutti.
Troppe chiacchiere che lasciano il vuoto, spingono in direzioni così sbagliate. Ma me ne faccio una ragione, ci penso poco ma così spesso.

Cerco un argomento che mi accenda, so che lo troverò. Ma non è così importante raggiungerlo, così incostante per esserne soddisfatta, lo getterei via dopo pochi minuti.

E ti affidi ai ricordi del passato, non sempre fiero ma certo, perché nella tua vita già c’è stato.
Pessimo errore, che ti fa sbattere contro il tuo futuro, senza riconoscere la tua nuova giusta occasione.

Non sopporto i bugiardi seriali. Che poi diventano ovvi e scontati, perché nel frattempo ho fatto a tempo ad assimilare il cambio d’espressione del viso, che precede l’ennesima non verità.
Perché? Cosa vi costringe a darmi una bugia, se non vi ho chiesto né un respiro né un battito.
Mi disfo di ogni possibile catena, non sopporto alcun gioiello regalato che sta a prendere polvere in qualche angolo della mia camera.
Mi spavento alla vista di un mazzo di fiori, steli e petali che nascondono la ricerca di un sentimento che non potrò ricambiare.
Soffoco sbadigli di fronte alla consuetudine, che mi leva l’ossigeno, che mi fa prendere per mano borsa e sciarpa ed allontanarmi alla svelta.

Non tradite mai un mio sorriso, non usate strategie con me, bloccate la vostra solitudine perché non potrò mai succhiarvela.

trovane una che

Quindi me ne vado al bar

Parto dal fondo, che tanto ieri è già lontano e di stamane ho ricordo vacuo.
Si cianca in sti giorni e pure tanto, con la sottoscritta che nemmeno per l’anticamera del cervello se ne pensa di sottrarsi al montare i bla bla.
E niente, sono arrivata a fine corsa: la primavera fa sempre sta cosa a me. Arrivo spompata ma sempre a gamba tesa nelle situazioni, sia mai che per caso un mio nemico inciampi.

über alles

No, niente simpatie particolari per la Germania, solo parole che rintronano nel mio cervello e non so nemmeno perché, o forse sono miei istinti megalomani (che mai mi son mancati).
Dal “potresti buttarti in politica” al “ma ci sei o ci fai”, devo dedurre che tanta, ma proprio tanta, gente non ha una bella concezione di me. Amen.

O forse lo stare sopra mi ha salvato da tanti momenti di puro stress. I pericoli non è che stanno dietro l’angolo, no ti aspettano comodamente seduti sopra la tazza del water, la mattina quando ti alzi.
Sto al top, per numero di sigarette che mi fumo,  dimentico i panni in lavanderia, sbaglio come sempre a fare la spesa, non bevo acqua.

Tempo fa una persona mi disse: “Non mi piace come scrivi nel blog”. …………….. Uhm, occhei. Quindi? “Tranqui, fa nulla, non te l’ha ordinato il prete di farlo”.
Ho toppato, perché se non me ne importasse veramente non avrei dato una risposta del genere, avrei sorriso pensando ad altro, facendo finta di ascoltare.
E invece ho ascoltato.
E tutto si sarebbe risolto lì, se la persona non avesse continuato “No davvero, proprio non mi piace come scrivi”… dio ma ‘na volta tanto non guardi in giù?… “Vabbè me ne farò una ragione” ho risposto, cercando di accompagnare il tutto con un sorrisetto.
Anche a me non piace più di tanto leggere i blog altrui: sono pochi, davvero pochi, quelli che leggo, ma non per colpa altrui. E’ che io son viziata con uno stile di scrittura, esagerando nel termine.
O mi colpisci e mi stendi subito, o se ne fa nulla. Poi ho 1 solo blog su cui ogni tanto poso l’occhio, solo perché sono affezionata al proprietario, combattendo l’orticaria per come scrive (ovvero diverso dal mio).

E niente, ultimamente sono aumentati i contatti che ho salvato sul cellulare: buona parte non mi ricordo chi siano e quale circostanza li abbia portati sulla mia sim. Ari-amen.

Ho spazzolato parecchio il piatto degli amici su facebook: via via e ancora via. Sorrido alle richieste che mi arrivano, incrociate con persone di cui non voglio manco sentire nominare il nome.
Ogni tanto tenta di far capolino la mia mania pseudo investigativa, capire cosa-chi-perché. Poi so di non avere i mezzi, o più che altro uno scopo valido. O solamente dimentico nel giro di 5 minuti cosa volevo fare, chiedendomi: “come si chiamava?”.

E niente, son giorni che non faccio altro che ascoltare sta canzone, picchiettando le dita o quello che mi passa per mano.

 

Oggi è virtuale

Perché spesso e volentieri che torno a casa, le ombre si sono già mangiate il giorno, l’aperitivo, la cena e tutto quanto.
Perché non raro che volutamente entro in casa facendo ben attenzione a non posare lo sguardo sul fornello in cucina, dove a fiamma lenta cuoce il mio essere mamma.

E così glielo tiro su uno spuntino, perché alle nove passate di sera non ho fantasie per una cena; mi avvio a far spola tra camera e bagno, intenta a spogliarmi e a mettere in ordine quel poco che non son riuscita a sistemare la mattina prima di uscire.
Perché sono una pigra maniacale. Ovvero non le vorrei mai fare le cose, ma ho la mania che la mattina non esco di casa se non è sistemata.

E mentre per cinque minuti tento di non chiudere gli occhi sul letto, perché devo preparare il sacco per la lavanderia del giorno dopo che a distanza di ore sta ancora in macchina, perché sì il tempo oggi lo avrei anche avuto, ma ne ho avuto di più di scuse per non andarci.
E mi annoio a far la lavanderia, semplice, ma domani devo assolutamente.

Proprio quando la mia palpebra tranciava le ombre dal mio viso, squilla il cellulare. Sapevo benissimo che ora era, non più tardi delle nove e mezza di ieri sera, ma la mia mente va in affanno quando strappata con violenza dalla suoneria.
Un mezzo giro, credo non di più, sul letto e acciuffo il cel, leggo il numero del chiamante: una delle poche persone che non mi infastidisce se e quando chiama, lasciando stare l’orario.
Una conversazione davvero breve, quel tanto che è bastato a farmi diventare gli occhi lucidi. No, non piango facilmente, credo d’aver una disfunzione ai dotti lacrimali, però non vuol dire che non mi commuova o che non prova umanità di sentimenti verso gli altri.

Vabbè forse sto amico ha saputo toccare le mie corde, forse sentirmi dire da lui che la prossima volta che so di rientrare tardi la sera io lo debba avvisare, perché mi cucina lui la cena e me la porta lui, in una pentola dentro una busta della spesa, fin sotto casa..
Mi commuovo col cibo cotto per me, tutto qua.

Sempre la vostra sola
ec

 

 

 

Oltre le stelle, c’è un posto migliore

Chiedilo a Marilyn
quanto l’apparenza inganna
e quanto ci si può sentire soli
e non provare più niente
non provare più niente
e non avere più niente
da dire.

(Brunori Sas – Kurt Cobain)

Scoperta poco meno di due anni fa questa canzone, accoccolata in una carrozza del freccia bianca, viso appoggiato al finestrino, persa nella mia immagine estranea riflessa e il panorama che filava via veloce.

Ci sono certe ciclicità che inderogabilmente tornano, mentre pensavi di averle accantonate.

Il Capitolo 7 è stato vissuto, vado per il Capitolo 9.
Sull’8 che dire, è andato tutto come previsto.
E mi rendo conto che se per certi versi il mio lavoro mi da ampio spazio, per altri mi va proprio un po’ stretto.

Scende lo spirito

Sono alla pompa di benzina, finisco di fare rifornimento e mi si avvicina uno sconosciuto che è appena uscito dal bar della stazione di servizio.
“Come va? Volevo dirti che hai due occhi che sono due mandorle”.
Lo guardo e devo alzare il viso per farlo, mi sovrasta d’un bel po’, cappello riccio rosso, occhi nocciola-verdi.
O almeno credo sia questo il loro colore, perché mi soffermo a guardagli le guance con le venette rosse in evidenza.
Sospiro, sorrido di quel sorriso aziendale di circostanza e non faccio a tempo a dire ‘a’ che lui continua “madonna santa hai un sorriso che uccide, ti guardavo prima dal bar”.

Domanda, perché quando trovo un giovine che prende coraggio nel venirmi a conoscere, questo è appena andato alla fonte a ispirarsi? Provo ad avvicinarmi per annusargli l’alito, lui fraintende ma a me non interessa quello che lui pensa.
Lui allunga la mano e la posa sul mio braccio, gliela afferro e finalmente riesco a inserire un mio discorso nel suo monologo “scusa, ma ci conosciamo?”

Non lo avessi mai fatto, che parte il disco rotto “ti pare che se ti conoscevo prima non avrei spaccato il mondo perché tu fossi la mia donna? e bla bla bla..”
Apprezzo lo spirito d’animo, seppur alcolico, ma il fatto di catalizzarne l’attenzione ci sono giorni che reggo bene, giorni no.

In vino veritas, sempre.

in-vino-veritas

 

 

8 marzo: lezioni di vita da un adolescente a una adulta

 

Perché poi sti adolescenti si mettano in cattedra su tematiche che dovrebbero vedere me adulta quale depositaria dell’unica vera perla di saggezza, ancora non l’ho capito.
O ero io torda quando avevo la loro età, o sono più cinici di quello che si vuol pensare (questi adolescenti).
Quindi oggi mi son sorbita il chiacchiericcio un po’ stanco di due sedicenni e un diciottenne, tutti e tre maschi, che hanno paraculato alla grande la festa dell’8 marzo, mentre dalle loro bocche a forma di O uscivano frasi di masticate su come la donna (o parte di questa metà del cielo) festeggerà questa giornata , immaginandola a gozzovigliare tra corpi maschili, scivolosi d’olio, mentre con le  dita traccia infinite strade da un capezzolo all’altro (dell’uomo).
Piccoli uomini crescono nel giusto pensiero?
Anche sì, se effettivamente porteranno avanti la loro causa morale fin all’ipotetico giorno del loro addio al celibato, dove ne usciranno con l’ormone carico e il portafoglio vuoto.
Ma non hanno saputo dirmi granché su questo 8 marzo, ovvero mi hanno ribadito la causa di cui pure i muri sono maestri, ma delle battaglie sociali ed economiche che ne sono conseguite  mi hanno riferito gran poco.
E la colpa è imputabile anche a me, madre lavoratrice, se non ho instillato nella testolina del 16nne che gira per casa la curiosità a capire perché ogni anno si celebra l’8 marzo: pensavo che il mio esempio fattivo bastasse, ma giustamente come fanno loro a capire (figli del nuovo millennio) cosa come quanto è cambiata la situazione della donna?

Perché spesso e volentieri non l’ho capito nemmeno io. Perché ancora oggi, nel 2016, alla donna non viene riconosciuto il medesimo trattamento economico dell’uomo nel campo del lavoro. O le medesime  opportunità lavorative. O il fatto che se una donna ce l’abbia fatta sia grazie ad un sotterfugio sessuale.
E poi ti chiedi come mai quando certe donne arrivano all’apice del potere siano più carogne dei loro pari maschili.

Se potessi contare quanti mazzetti di mimosa ho racimolato nel corso della mia vita: pochi! E si vede che non ispiravano sessualmente (perché quando andavo alle medie i ragazzini davano sti fiori solo alle ragazze più carine) oppure oppure (rullo di tamburi) l’uomo ha capito fin da subito che era inutile illudere la donna sulle proprie capacità personali.
La donna lo sa da sola cosa e quanto può. Come ogni e qualsiasi essere umano di questa terra.

Però seppur c’è una grossa e ampia fetta del parterre femminile che dice “No, io la mimosa no”, l’8 marzo caccherà il cazzo ad un numero spropositato di amiche con messaggini, pannocchie gialle omni comprese, “tanti auguri donna magnifica” o roba del genere.
L’8 marzo, se mi volete fare un piacere, fatemi un bonifico, che c’ho figlio da mantenere e bollette da pagare.
E questo vale anche per i restanti giorni dell’anno.

mimose