Anche io ricordo

Mi son svegliata, con ricordi vaghi ma ben precisi. Un paradosso insomma.

In sunto: eravamo io mio figlio, spersi in un paesetto di qualche località appenninica del centro Italia.

A disposizione poca connessione e poca batteria del cel di mio figlio, perché il mio lo avevo dimenticato nello zaino del terzo componente, che ci aveva lasciati a piedi.

Ricordo che col cel di mio figlio ho provato a chiamare l’altra persona, in cerca di aiuto, unica risposta “non so che farvi, vi dovete arrangiare”.

Pre telefonata, ricordo d’aver avuto uno stato d’ansia, dettato dall’incertezza del percorso da seguire.

Post telefonata, ricordo un senso di sicurezza che padroneggiava in me.

Eravamo ancora, spersi, con un solo cellulare che di lì a poco ci avrebbe tagliati fuori dal resto del mondo. Ma eravamo entrambi sicuri e sereni come non mai.

Ultima immagine di sto sogno, io e lui, che ci incamminavano per una strada piccola e bianca, zaini in spalla, verso una montagna, sovrastata da un cielo azzurro che più non si poteva.

E’ una cover, lo so, chi mi conosce bene, sa che le aborro da anni le cover, però sto giro ha fatto un capolavoro.

Me la dedico. La dedico a mio figlio.

Peace&Love

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Evitatele (ma che lo dico a fare)

Molte cose mi possono dare fastidio, la loro percentuale oscilla in maniera direttamente proporzionale al mio umore giornaliero. Nel senso se sto in coda a pagare, ci sono giorni in cui stare in fila non mi da noia, altri mi uccidono moralmente. Oppure se mi freghi la precedenza ad uno stop, nove su dieci me la prendo, ma c’è pure quell’unica volta che mi scivola.

Ma

Le cose che più mi fanno andare in bestia:

  • spiare il mio cellulare, peggio ancora se con me presente, mentre s’allunga il collo per vedere lo schermo. Io non lo faccio, per la sola santa ragione, che meglio non sapere, meglio non invadere la privacy altrui. Meglio, insomma, farsi i cazzi propri.
  • lo spreco. Io odio gli sprechi. Vedere aprire e chiudere in continuazione il mio frigo, passare per le stanze (poche vabbé) per spegnere la luce lasciata accesa da altri, mi fa venire l’orticaria, mentre nel mio cervello si fanno i conti dei kwh inutilmente sprecati. Non parliamo poi dell’acqua, lasciata impietosamente uscire dalla doccia o dal rubinetto, per nulla.
  • il fancazzismo. Vedere gente che oltre che starsene con le mani in mano, fa perdere doppio tempo a me, per cercare di recuperare i tempi.

Ne ho molte altre, ma ripeto, il tutto va a giorni.

Ma c’è una cosa che (forse) non ho ben afferrato di me stessa: non capisco se io sono pro labilità, o meno.

Nel senso, sono anni ormai, che dentro ho quel senso di sviluppo precario, ma non la vedo come una cosa negativa, anzi. La sento come una spinta a darmi da fare, ad arrangiarmi, per il meglio della situazione. Tutto ciò che è schematico, mi spegne il pensiero; mi farebbe sentire come un topo da laboratorio. Seppur questo laboratorio sia la mia vita.

Quindi sto propensa a spingere sull’acceleratore, non per fuggire, ma per arrivare. E mi dice culo che la mia meta, per ora, ancora non la vedo delineata. Altrimenti passerebbe in secondo piano, mi si toglierebbe quel senso d’avventura col quale (cerco) d’affrontare ogni giorno della mia vita.

Poche ore fa, bevendo un caffé al volo con due amiche, ascoltavo i lori discorsi riferiti a una quarta amica (non presente) e mentre sorridevo alla piccola gag [nda non ho scritto gang, sister] che stavano inscenando, dentro me pensavo “zoccole che non siete altro, fate lo stesso con me?”. Pensiero che poco dopo ho espresso a parole, seguito da un “no ma figurati” di una e da un “sempre” dell’altra.

Boh, che vi devo dire, l’offesa è inversamente proporzionale alla persona che la fa, quindi ho cercato di glissare il discorso, a modo mio, come meglio mi riesce, attaccando bottone con una persona che non conoscevo. Due battute e via.

Alla fine prima d’andarmene, son tornata da loro per salutarle, sottolineando il culo basso di una. Facile capire quale.

E’ la mia debolezza il mio modo d’esser diretta con le persone. Ecco perché spesso e volentieri non lo sono e mi sto zitta, osservando e annotando. Ma ho tanto tempo davanti a me, per crescere e colmare le mie lacune e mitigare i miei difetti.

Nel frattempo, Peace&Love.

P&L

Gestione dei ricordi.

Oggi m’è stato mandato un messaggio, con allegato un file audio, di una canzone. Il messaggio recava “mi sei venuta in mente te”.

E’ una canzone che spesso, molto spesso ho ascoltato, fa parte di un mio passato, non così lontano, il testo a spizziconi e bocconi lo ricordavo. Ma stamane ho ascoltato con maggiore attenzione la canzone, pesando ogni singola parola.

E’ così facile
spegnere la luce e dire non sei mia
mentre tutti gli altri se ne vanno via
perdere le ore……………..
E’ così facile
ascoltarli dire non ti merita
mentre il male dentro lo senti tu
e vuoi far l’amore ore………………..
Cercherò
il corpo di una donna
e non pensarti più ,
trovo le tue tracce dietro la TV
respirando ancora un pò di te.
E’ così facile
ritrovar gli amici quando voli tu
per trovarti solo quando cadi giù
e passano le ore………………….
Non è difficile
che qualcosa dentro sfiori la follia
e una goccia scava nella mente mia
e vuoi far l’amore ore……………..
Cercherò
un amico vero
per poi berci su
poi tornare a casa e un calcio alla TV
e gridare poi peggio per lei.
Io vorrei , vorrei , tornare indietro.

…Rewind…

Timoria, associazione al passato, una figura nera nella luce dei miei ricordi, che cercava un appiglio, un gancio. Su di me.

Ma io andavo di fretta in quel periodo, avevo il fuoco che mi bruciava, che mi attraeva e mi respingeva, noncurante di come trattavo le persone. Ero tutta un viaggio.

Altro fantasma del mio passato, frutto del mio modo brusco di trattare le persone, dovuto al mio costante desiderio di soddisfare me stessa, non gli altri. Coincideva col mio boccheggiare, cercavo aria per respirare. Ogni tanto mi accontentavo di qualche angelo stupido e sciocco che mi prestava un po’ del suo ossigeno.

Il mio difetto più grande, staccare la maschera dell’ossigeno, a bombola vuota, riporla anche con fare maldestro nelle mani dell’incauto soccorritore. E andarmene, per sempre.

Perché io cercavo altro, cercavo quello che non potevo avere.

Ora a distanza di pochi anni, non recrimino, faccio una sorta di bilancio, mi rendo conto che per ora m’è andata bene e, mai e poi mai, tornerò indietro a chiedere scusa alle persone che hanno incrociato il mio cammino.

…Play…

Sarà la giornata uggiosa, non ne posso più dell’acqua che sta scendendo, mi mette difficoltà personale, dimentico l’ombrello volutamente, entro dentro le pozzanghere, sfioro cespugli di piante, mi bagno.

Sarà che deve assolutamente uscire il sole, alzarsi di qualche tacca il termometro ambientale.

Sarà che sento il nervoso di quei pochi anni fa, tornare a galla.

Insomma, capita

Capita che scrivi un testo, di una canzone.

Capita che in quel testo ci metti parte di te stessa, quella te stessa che soffriva.

Capita poi che durante un live la senti quella canzone: non percepisci le note, tenti di stare appresso ad un testo che non senti più tuo.

Capita che il passato te lo lasci alle spalle e non ti interessa più  il ponte di note che ti collega a persone sconosciute.

E sorridi, scema, felice, di poter tornare a volgere lo sguardo ai tuoi ricordi, senza soffrire.

Separiamoci

E’ una decisione, una scelta, una imposizione.

Quando una coppia si sfalda, su decisione di una delle due parti, c’è poco da fare: ciascuno prende la sua vita e inizia un nuovo percorso. Con difficoltà, con paura, con un pizzico di coraggio.

E la persona che ha preso questa decisione, porterà sempre dentro di sè, quel senso di colpa per l’aver preso la vita della controparte, lanciandola in aria e lasciandola cadere in quattro pezzi. O magari, se il destino ci mette lo zampino, questa vita si libra in volo.

Sono percorsi di storie, di vita, portati alla conclusione grazie anche a poco: alla mancata considerazione, all’esser considerata importante quanto la pianta di gelsomino messa accanto all’ingresso. Se non la curi, la innaffi, la concimi, questa vedrà le sue foglie ingiallire e svolazzare ben oltre il vaso che contiene le sue radici.

E allora che fai? Fai che prendi una valigia, ci metti dentro le tue cose, non tutte, quello che valuti che non ti possan servire le metti dentro il sacco dell’indifferenziata. Te ne esci, dal nido d’un tempo, ora una gabbia, tenendo strette in mano le chiavi della tua nuova casa. La tua roccaforte, giurando a te stessa “questa sarà inespugnabile”.

E come resti con l’altra parte? Resta che assieme avete in comune un progetto di vita, decidete di andare civilmente d’accordo solo per lui.

Rewind

Ieri ho fatto una chiacchierata con un’amica lontana, che si sta separando dal marito, perché lei è stufa della vita coniugale.

E fin qua, è occhei.

E’ stufa della vita coniugale, perché lei ha trovato un altro.

E qua m’è mancato il fiato: non tanto perché lei ha un altro, ma perché condiziona la sua nuova scelta di vita in base alla presenza del secondo uomo (ma questo è un mio pensiero soggettivo).

E’ decisa a mandarlo via di casa (lui, il marito) e farsi dare l’assegno sia per lei che per i figli.

E qua, boh.. occhei il discorso dei figli, ma per il resto io non capisco.

Se ti decidi di separare da un uomo, separati anche dal suo portafoglio. Rifatti una vita con le tue forze, lascia le forze a lui per rimettere in piedi una sua quotidianità.

Almeno io la penso così.

Peace&Love

Eruption

Che poi a modo mio, io traviso e leggo erezione.

Perché è questo che mi provoca l’ascolto di Van Halen, mi si raddrizzano i peli sulla nuca e sulle braccia.

Ma siccome io sono una profana, anzi una ignorante totale in musica, mi prendo il libero arbitrio di mischiare le cose.

Insomma ieri sera mi son vista l’ultimo dei Minions: io sti bananetti gialli li adoro.

Sul divano, sbraccati, io e mio figlio, a ridere ogni due secondi, dandoci i calci, passandoci pezzetti di cioccolato con le nocciole, facendo i versi.

Seratona rilassante ieri sera: Minions, Iron Man, Iron Man 2.

Sta diventando un uomo, anche se è ancora un pseudo ragazzo, anche se resterà sempre il mio cucciolo.

Io ce l’ho

Si parla tanto di amici.

Passeggiando su qualunque piazza, scivoli accanto alle persone e t’entrano in testa le loro chiacchiere. Stai ferma in piedi, appresso al bancone del bar, mentre le persone affianco a te parlano tra loro, cogli le loro reciproche confidenze.

E quante volte, lasciando tutto questo alle spalle, riprendendo i tuoi impegni, ti sei chiesto “ma a me capiterà mai di avere una persona speciale al mio fianco?”.

Quella persona alla quale consegni nelle sue mani la tua anima, sporca usata e provata. Ma anche felice, curiosa. O triste o felice.

Quell’amico che sai mai disturberai, che sa che mai ti disturberà.

Che nel vostro rapporto, fatto di complicità e delinquenza alla stato puro, il tempo non trova spazio. Perché è mai troppo tardi, né troppo presto per trovarvi. Il capirsi al volo, dopo mezza parola. O interpretare l’umore dopo mezza giornata di silenzio.

A trenta e passa anni, finalmente, ho trovato quella persona a cui consegnare i miei pensieri.

E soggettivamente parlando, è molto confortante saper di poter indossare una benda sugli occhi, brancolare nel buio, consapevole della sua mano che sbucherà in caso di bisogno.

Io questo amico ce l’ho.

Grazie.

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