Le palpatine, in mezzo alle cosce e non al cuore

Se dalle mani vi scivola una cosa, cade a terra e si rompe irreparabilmente. Che fate? Raccogliete il tutto: scopa e paletta, poi nel sacco dell’immondizia. Giusto?

Bravi. Ma come valutate se quella cosa, per voi, è irreparabile o meno? Quali e quanti tentativi fate per cercare di aggiustare, o magari lasciate che siano gli altri a farlo?
Perché sta lì, la vostra decisione, no? Decidere se quella cosa la volete ancora, oppure no. Perché se la risposta è negativa, la potevate buttare via (la cosa) ancora prima che si rompesse, giusto?

Perché il tutto sta nell’essere sinceri (almeno) con se stessi. E boh, c’ho per la testa una situazione, che ravana, ma ogni risposta che trovo non mi soddisfa. Poi dico ‘sti cazzi’.

Passo oltre e torno su ciò che mi turba veramente. La mancanza di lealtà. Mai stata una campionessa, sia chiaro, se non lo preciso. Nel senso se vengo da te e ti dico ‘contaci’, allora ci puoi contare. Diversamente no. Puoi solo affidarti alla mia proverbiale sbadataggine, che mi fa dimenticare nomi, ma non situazioni, che ritornano a mente (con tanto di nomi) se mi fai innervosire.
Mai usato tutto ciò per sputtanare una persona, sia chiaro. Ma per farle del male sì. A carte scoperte, tra l’altro, guardando in faccia, perché voglio vedere i risultati.

Passo avanti.
La si deve smettere di pretendere troppo da me. Perché divento nervosa.
La si deve smettere di venire da me, solo quando si hanno problemi. Perché io non ho la vostra soluzione.

Passo indietro
Mi manca blogspot, la mia coperta di Linus. Dove posso scrivere senza filtri. Ma sto resistendo alla tentazione di tornarci.
Mi manca ‘dialogare’ con persone che non hanno ancora un viso, ma che conosco da anni.
Un ventaglio di umanità, che pesca aria diversa, da ogni ambiente: dal fornicatore romagnolo, all’escort milanese, alla cuoca piemontese, alla stalker pugliese. E ancora altre centinaia di persone, che si sono sommate negli anni, che riconoscevo dal primo rigo scritto. Le email prolisse, scritte dal fotografo portoghese. La ritrosia lombarda d’un ragazzo che..
Dal bugiardo seriale, alla moglie che non sapeva che farne della bella casa e metteva corna su corna al marito troppo impegnato a rincorrere il suo lavoro(ah caro, se leggi, perché so che ci sei arrivato anche qua, ringraziami pure alla fine).

So che non si finisce mai di imparare, ma tanto ho appreso in questi anni di rete. Ti porta un po’ ad annusare le personalità, intuendo pressapoco chi sta al di là di un monitor.
E come dimenticare la fase ‘x’?Quella che mi ha aperto gli occhi, mettendoci una benda sopra. Impossibile annullarla. E non voglio farlo.

Ho assimilato molto. Ho girato città per conoscere, poi, chi mi andava. Ho fatto esperienze, diventando una fedelissima di booking.com, senza storcere il naso alle tremende ‘sole’ che mi ritrovavo. Ho imparato a scrollare le spalle. Poi se si scrollava altro, male non era no?

 

 

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Troppi trofei e poche verità

Non  mi sento né confusa, né sicura. Penso sempre di essere arrivata a capire che la qualità deve fare parte della mia vita, ma è un obiettivo che tradisco ogni santo giorno.

Eppure ci tengo a far le cose per bene, sono sistematica, non scaramantica, viziata dalla pancia più che dalla testa, ma che di fondo è sempre padrona.

Mi perdo nelle vite degli altri, forzata dal maledetto vizio di volere ascoltare, osservarne la mimica, capire quanta falsità si cela in uno sguardo diretto.

Siamo autorizzati ad essere cinici? Non lo so, ma lo siamo. Lo sono, anche se non troppo convinta ma, o per pigrizia o per miei limiti mentali, non so in quale altro scomparto mettere un atteggiamento che oscuri la fragilità.

Troppi trofei e poche verità. Che ti rendono determinata, il bersaglio facile e comodo di chi non si vuole scomodare a mettersi in gioco con te, con me, con tutti.
Troppe chiacchiere che lasciano il vuoto, spingono in direzioni così sbagliate. Ma me ne faccio una ragione, ci penso poco ma così spesso.

Cerco un argomento che mi accenda, so che lo troverò. Ma non è così importante raggiungerlo, così incostante per esserne soddisfatta, lo getterei via dopo pochi minuti.

E ti affidi ai ricordi del passato, non sempre fiero ma certo, perché nella tua vita già c’è stato.
Pessimo errore, che ti fa sbattere contro il tuo futuro, senza riconoscere la tua nuova giusta occasione.

Non sopporto i bugiardi seriali. Che poi diventano ovvi e scontati, perché nel frattempo ho fatto a tempo ad assimilare il cambio d’espressione del viso, che precede l’ennesima non verità.
Perché? Cosa vi costringe a darmi una bugia, se non vi ho chiesto né un respiro né un battito.
Mi disfo di ogni possibile catena, non sopporto alcun gioiello regalato che sta a prendere polvere in qualche angolo della mia camera.
Mi spavento alla vista di un mazzo di fiori, steli e petali che nascondono la ricerca di un sentimento che non potrò ricambiare.
Soffoco sbadigli di fronte alla consuetudine, che mi leva l’ossigeno, che mi fa prendere per mano borsa e sciarpa ed allontanarmi alla svelta.

Non tradite mai un mio sorriso, non usate strategie con me, bloccate la vostra solitudine perché non potrò mai succhiarvela.

trovane una che

Get Up. Come lo faccio

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Stamane solita ora, 6.30, suona in modo soffice la sveglia ma non ce n’era bisogno, stavo già in piedi. Già fumata la prima sigaretta al buio, intuendo l’alba che avanzava alle mie spalle.

“Smetti di fumare”, me lo dicono in molti in tante occasioni del giorno. So che fa male, so che … Ma quei minuti sono solo miei, privati, vietati a chi dico io: a tutti.
Mi si può disturbare finché lavoro, non tanto quando leggo, ma mai finché mi isolo con la sigaretta in mano. Articolo frasi che spesso non avranno mai un eco, pianifico poco, spesso e volentieri mando a fanculo chi volente o nolente mi da noia.

Stamane solita ora, 7.00, sveglio l’adolescente e parte la solita storietta di ogni santa mattina, da sotto le coperte mi chiama “mamma vieni qua” , ci vado sempre, sorridendo tra me e me, sapendo già cosa mi dirà poi quando allungherò una mano a scompigliarli i capelli “mamma brutta ora va via”.
E’ un rituale che so bene un giorno finirà. Ci penso spesso se lo vizio o lo coccolo troppo, perché l’amore può anche essere troppo, come l’altro giorno quando mi ha detto “mi è stato rubato l’ombrello a scuola e so chi è stato”. Io reagisco sempre alla mia:  male”chiamalo e fattelo dare”, “no mamma, lo becco domani con calma”. La sua calma, così sconosciuta in me, lo ha fatto tornare a casa il giorno dopo con l’ombrello.
Lui pondera, io invece pratico, anche la guerra. Non mi importa quasi mai il mezzo, penso al fine.

Sì, mi devo levare dalla testa che non sarò mai l’ombra di nessuno.
Tanto meno sono una samaritana che fa le cose per nulla, ma ci sono momenti in cui devo chiedere, altri no.
Perché poi talune volte ti confronti con persone che fanno così tanto, per gli altri, mentre io non batto ciglio, o forse lo batto ma non lo sponsorizzo. Non fa parte della mia natura mettermi in mostra per quello che faccio (poco che sia chiaro), mentre vedo idioti allo stato puro passarmi avanti.

So bene che ci sono molte più persone furbe di me, ma sti cazzi, chi s’approfitta di me personalmente o nel lavoro pagherà tutto in medicine.

Il tipo che aveva sottratto l’ombrello a mio figlio è una specie di bullo, ora capisco perché il pupo abbia preferito evitare un contrasto acceso, preferendo la strada dello sputtamento diretto, viso a viso pubblicamente.

Non smetterò mai di preoccuparmi per mio figlio, ma è giusto che lui si faccia le sue di ossa, gestisca a modo suo le questioni. Viceversa io non smetto di controllare a distanza, preparando boicottamenti a chi mi tocca il bene più prezioso.
Chiaro.

Intanto mi programmo viaggio, per staccare tutti e due la spina.
p&l
LaP

 

Hai presente?

Quando stai sulla banchina in stazione, con la punta delle scarpe precisa precisa sulla linea gialla di sicurezza, passa il treno e ti scompiglia tutta?

Tu dentro, immobile coi tuoi pensieri; tu fuori, coi capelli e la maglietta agitati.

Così sto, in certi giorni, dove la frenesia sembra abbia il sopravvento nei miei movimenti, ma è tutta una farsa, perché dentro i pensieri stagnano.

Sfangando il detto “parla come mangi”, parlo sempre troppo velocemente, mentre sono di una lentezza nel mangiare. Perché, che sia in compagnia o da sola, non riesco a fare ste due cose in simultanea ( e sta cosa mi fa sentire fin troppo uomo e/o maschia) mangiare e pensare.

E non serve che mi si venga a dire “è così perché stai invecchiando”.

No e vi posso portare le prove: tipo la signora dell’altro giorno che m’ha chiesta l’età, gliel’ho detta (sentendomi strana dentro nel pronunciare quel numero), lei che ha spalancato gli occhi e “ma no, ne dimostri dieci di meno”.

Penso che l’educazione perpetratami per anni e anni dai miei genitori abbia avuto il sopravvento al mio naturale modo d’essere che m’avrebbe portata a risponderle “ma quando ce l’ha la visita per le cataratte?”, invece con educazione e un sorriso gentile “grazie, fin troppo gentile, non me l’aveva mai detto nessuno”.

Insomma, ce l’hai presente quel treno che scivola veloce, davanti a te, lasciandoti spettinata coi tuoi pensieri vecchi? Quel treno che ti volti a guardare, lo segui finché viene mangiato dal panorama circostante?

Tu ci vorresti mai salire al volo su quel treno? Abbandonando i tuoi stupidi e soliti e vecchi pensieri sulla banchina, come una vecchia valigia, che verrà di seguito raccattata da non sai chi, messa o nel deposito oggetti smarriti, o derubata da qualche mano sporca e poi gettata in non sai quale posto?

Io lo vorrei.

foto di LaP
foto di LaP