Essere un libro

L’altra sera, son passata di corsa in biblioteca, per ritirare un libro che avevo prenotato.

Era l’ora di chiusura e sia mai che non ti trovi in coda, avanti a te  il pensionato che reclama, alle 18.50 di sera. Ma di giorno gli pareva brutto andarci?

Vabbé, altro non puoi che aspettare no? Ti guardi in giro, leggi il manifesto della mostra di formaggi che si terrà (perché non chiedevi altro, a pochi minuti dalle 19:00, di sapere sta cosa), conti la fila di piastrelle che separano te al bancone, guardi i muri, il soffitto, dondoli sui piedi, di lato, avanti e indietro. E’ una sorta di resa psicologica, finché lo sguardo viene attirato da un piccolo volantino, stampato su carta arancione.

Mette allegria l’arancione, di solito, no? Quindi lo prendo in mano, per trovare un alleato contro la sonnolenza che mi sta vincendo.

E.

Quesito del volantino “Che libro saresti?”. Non proseguo nel leggere la tematica, non mi interessa già più.

Già sto con la mente dentro a quel libro che io sarei (è d’obbligo il condizionale).

Questo.

Perché lei, è il mio esatto opposto, in tutto e per tutto.

Punto.

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Hai presente?

Quando stai sulla banchina in stazione, con la punta delle scarpe precisa precisa sulla linea gialla di sicurezza, passa il treno e ti scompiglia tutta?

Tu dentro, immobile coi tuoi pensieri; tu fuori, coi capelli e la maglietta agitati.

Così sto, in certi giorni, dove la frenesia sembra abbia il sopravvento nei miei movimenti, ma è tutta una farsa, perché dentro i pensieri stagnano.

Sfangando il detto “parla come mangi”, parlo sempre troppo velocemente, mentre sono di una lentezza nel mangiare. Perché, che sia in compagnia o da sola, non riesco a fare ste due cose in simultanea ( e sta cosa mi fa sentire fin troppo uomo e/o maschia) mangiare e pensare.

E non serve che mi si venga a dire “è così perché stai invecchiando”.

No e vi posso portare le prove: tipo la signora dell’altro giorno che m’ha chiesta l’età, gliel’ho detta (sentendomi strana dentro nel pronunciare quel numero), lei che ha spalancato gli occhi e “ma no, ne dimostri dieci di meno”.

Penso che l’educazione perpetratami per anni e anni dai miei genitori abbia avuto il sopravvento al mio naturale modo d’essere che m’avrebbe portata a risponderle “ma quando ce l’ha la visita per le cataratte?”, invece con educazione e un sorriso gentile “grazie, fin troppo gentile, non me l’aveva mai detto nessuno”.

Insomma, ce l’hai presente quel treno che scivola veloce, davanti a te, lasciandoti spettinata coi tuoi pensieri vecchi? Quel treno che ti volti a guardare, lo segui finché viene mangiato dal panorama circostante?

Tu ci vorresti mai salire al volo su quel treno? Abbandonando i tuoi stupidi e soliti e vecchi pensieri sulla banchina, come una vecchia valigia, che verrà di seguito raccattata da non sai chi, messa o nel deposito oggetti smarriti, o derubata da qualche mano sporca e poi gettata in non sai quale posto?

Io lo vorrei.

foto di LaP
foto di LaP

w l’amitié

Vivere da donna, non è semplice. Vivere da amica donna, è un casino.

Non sono una a cui è toccata la fortuna delle arrapate newyorchesi di Sex & The City: alcun cameratismo con le amiche che son passata nella mia vita. Conto sulle dita della mano, i pochi infruttiferi tentativi di questa solidarietà. E do spesso e volentieri (a ragione e con motivi solidi) la colpa a me (perché di fondo, reggo poco i legami e sono poco espansiva).

Perché di fondo non ci credo a tutta sta solidarietà tra donne: son tarata nel pensare che è sempre e comunque finalizzata ” a scopo di”.

Si fa presto dire sono tua amica, di facciata, mentre poi dentro è tutta un’altra storia. E male reggo le relative moine, finalizzate al nulla. E mi urtano le perle di saggezza di superiorità gratuite che elargiscono: se chiedo nulla, mi devono fare il piacere di dirmi nulla. Ovvero parlassero solo se interpellate.

E’ più forte di me: non riesco ad affrontare le amicizie femminili “a lungo termine”, non riesco a sopportare le litanie di disperazione quando hanno problemi, mi stanno allegramente in culo, quando dopo mesi di sangue alle orecchie indotto dall’ascoltare i loro drammi, queste spariscono.

E spariscono quando il loro ormone impazza, ovvero corrono appresso all’ennesimo uomo di turno.

E se mando un messaggio, del tipo “ciao come va”, mi si risponde “scusa se non ti ho risposto prima, ma sono così incasinata, ma una sera dobbiamo ASSOLUTAMENTE vederci”… ecco, posso ritenermi libera di programmarmi le serate come meglio mi aggrada.

Sono una a cui è toccata la fortuna di avere veri amici uomini, pochi a dire il vero, ma buoni/discreti. Del tipo che se stanno pure in serata con una tipa, non esitano a rispondere. Posso pure pensare che lo facciano di fronte a lei anche solo per pavoneggiarsi, ma questo non mi tange.

Perché io ci credo all’amicizia tra uomo e donna, mi fan sorridere coloro che ipotizzano che di fondo c’è un “odore di sesso”, se non da ambedue, almeno di nulla. L’attrazione non è sempre e solamente fisica e sessuale.  E forse proprio con una persona, dell’altro sesso, che non mette in subbuglio alcun ormone, riesco a raccontare parte di me e dei miei pensieri.

Ma la misura qual è

Non c’è mai la giusta misura. Difficile riuscire a rispettarla.

Uno tanto da e tanto chiede, anche se è così sbagliato. Eh lo so.

Ma è dura anche capire che siamo delle spugne, a volte gettate su d’un tavolo, sopra una macchia di vino rosso, che s’imbeve. Solamente si imbeve.

Essere fluida come la macchia di vino, dalla superficie scura e lucida, dove è permesso specchiarsi, un po’ ombrati, nulla di così evidente, nulla di così chiaro. Un effetto deformato di chi si specchia.

Essere porifera come la spugna, così blanda a volte no? Eppure così incontrastabile per certi versi, assorbendone il liquido versato per sbaglio. Così scontato il lavoro della spugna: le si chiede solo una cosa “assorbi. E poi getta”.

Come il dare e riceve, mai aspettarsi nulla: da nessuno, da me. A volte per gioco, quando partono sti discorsi “dai su di me ti puoi fidare!!!”.

Eh.

Io rispondo sempre, indipendentemente da chi me lo dice “non farmi mai del male”, lo scandisco, lo ripeto.

Eppure di fregature ne potrei raccontare, eccome.

Però.

Mi basta sapere di non essere l’Uomo Mostarda (ad esempio), colui che nel rapporto interpersonale oramai sta alla frutta, usando la composta come valuta al posto della coscienza e del rispetto.

Smadonno per non essere secca dentro, mi è insopportabile sapere che dentro me potrei coltivare il veleno del sorriso mio.

Conto e non conto su veri affetti (uno è tutto mio così forte che mi fa vivere), ridiscuto il mio essere amica con una celerità innaturale, tengo distanti le persone che possono farmi male.

Tento di capirmi insomma no?

Penso che mai (veramente) ci riuscirò, perché tutto si vive di riflesso nei rapporti interpersonali, che possono essere viziati da me stessa: basta una frase, una foto e come cambia la visuale che ha la gente.

Come cambia, eppure io sono sempre la stessa. Cambiatemi abito e non cambio.

Che mi vesto coi jeans o con una gonna sempre io che li porto. Non loro che portano me.

foto di Julia Deviant