Venti centimetri

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Lei sulla seggiola, porta le ginocchia al petto, le abbraccia poggiandovi sopra la guancia.

Lui che le passa una mano sulle spalle, sicuro e dolce. Le parla.
Non c’è il sonoro.
E cerco di scrutarne il racconto sui loro visi. Lui due occhi seri, forse troppo, che la guardano. Ma scherza. Una smorfia e scoppia a ridere.

Lei poggia i piedi a terra, tutti e due assieme: mi piace lo smalto che ha. Sì decisamente mi piace.

Stanno uno di fronte l’altro, entrambi a piedi scalzi, “quanto è alto lui”. Le svetta di buoni venti centimetri, portando lei ad allungare il collo indietro, leggermente inclinato a destra.

E finalmente abbasso il viso, i capelli mi scivolano avanti. Sento una mano scorrere la mia nuca.

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Dentro

Non so perché, ma abbiamo parlato di angurie.
In piedi, a fumarci la sigaretta, fuori al freddo. Discorsi sciocchi di persone che poco si conoscono, ma piuttosto che tirare fuori sempre il meteo, ci siamo persi sulla sua bontà.

E niente, la testa mi è andata in blocco. Perché sta fetta immaginaria di cocomero ha riattivato ricordi. Immagini di un passato non così lontano, che mi hanno fatto venire i brividi più dell’aria gelida che scendeva dalla vallata.

Annuivo ai discorsi, ma non c’ero. Stavo su quel pezzo di anguria che mi scendeva in gola, tempo fa, tra una domanda che avrebbe potuto cambiarmi la vita. Con quel pezzo che era arrivato dentro la mia pancia, mentre rispondevo ‘no’, delineando quella strada che mi ha portato ad oggi. A fumarmi una sigaretta, un po’ al buio, con una persona conosciuta da poco.

E mi sono guardata attorno. La penombra in cui stavo mi ha messo ansia. Preferisco il buio totale, che mi avvolge e mi nasconde.
Ho imparato a starci bene, dopo un’infanzia passata a temerlo. Rendi complice il tuo nemico, usalo, fallo tuo.
Ma se alzo lo sguardo verso la luce vedo solo nemici.
L’uomo, è veramente nato per non stare solo? Sì. Ma pecchiamo nei nostri limiti, raccontandoci bugie.
Finita la sigaretta siamo rientrati, entrambi con la convinzione che fuori faceva davvero troppo freddo. Ma non era l’aria, era altro.

In questi giorni ho ragionato sul ruolo che hanno i sentimenti nella vita delle persone.
Se io provo odio o amore, verso altra persona, a catena genero emozioni.
E mi sono chiesta quali io subisca passivamente, da altri.
Perché mi racconto sempre che sono libera, ma non è vero. I condizionamenti troveranno casa sempre, in me, te e chissà chi altro.

C’è troppa velocità, nel prendere e gettare le persone. Ma ci sta, se c’è consapevolezza. Non capisco la mancanza di responsabilità che si può generare.
Ad esempio, perché non difendere una persona, che se anche per un briciolo di tempo, ti ha dato piacere aprendoti le gambe? Perché non fare nulla per fermare il fiume di onta che la sta travolgendo?

Si può voltare lo sguardo dall’altra parte se vedi sofferenza? Sì. Si fa.
Ma non me ne capacito. Ma non mi lascio turbare finché vedo che queste cose accadono agli altri. E allora torno a pensare a tutte quelle cose dette su di me. Una sull’altra le etichette prese, ma perché?

E poi ragiono sulle mie lacune. Mi manca il dono della scrittura vera. Mi manca quel livello di intuizione che mi avrebbe permesso di coprirmi le spalle. Ma quando stai in difetto, metti in risalto altro di te.
Non mi manca la curiosità, che si traduce in spirito di osservazione.
Falsamente, a volte, mi faccio passare per una dalla memoria corta, perché trovo sempre quel soggetto che, magnanimo, mi guarda e mi rispiega. E nella seconda versione ci sono dettagli nuovi, conferme implicite.

Ho voglia di farmi cullare, dentro la carrozza di un treno. Osservare le persone e non sentire i loro discorsi. La gestualità è una strada invisibile che ti porta dentro le loro vite.

Tette fuori cervello dentro

“Sbagliatevi pure a prendermi per il culo, specialmente con le lancette dell’orologio”

Spunto 1) Arrivo in anticipo all’appuntamento. È una mia prerogativa: mai tardare. Solo che il tipo, compiaciuto anche, mi dice che “sei moooolto in anticipo”.

Lo guardo, penso che ha una faccia come il culo, lo ascolto mentre continua a ribadire che io ho sbagliato l’orario.
Avrà anche ragione, e chi mai sa dove sta la ragione, ma mi girano le balle.
Perché io ho sempre fretta, non di fare le cose, ma di vivere. E lui mi sta impedendo di farlo.
C’è poco da fare. Il lavoro non nobilita più l’uomo, manco la donna, ma va rispettato.

Spunto 2) Non c’entra nulla col discorso di prima, ma in sti giorni ho la sensazione che mi sia stata messa un’etichetta in fronte.
Ma faccio anche un applauso a queste persone che, senza prendere la briga di chiedere, hanno già deciso per me: chi sono, come penso e via dicendo.
Non riesco a capirlo io, per me stessa, lo fanno gli altri. Fatica risparmiata, faccio un applauso.

Spunto 3) Dormo poco e mi basta. Mi dimentico di fare la spesa, favorisco gli introiti di rosticcerie e compagnia bella. Leggo, non al mio solito: meno di quello che vorrei, ma sento sfuggire quel bisogno di non pensare, calandomi in frasi altrui.

Spunto 4) Pochi giorni fa ho passato una sera a mangiare nervoso. Quando mi capita, i rimedi sono due: pulire il bagno, strofinando piastrella per piastrella, oppure sistemare gli armadi. La scelta è cascata sugli armadi: via via un bel po’ di roba. Ora posso vestirmi come fosse estate, tette fuori e cervello dentro.

Spunto 5) Non sopporto i complimenti. Mi sembrano sempre falsi, volano di fini altrui. Non capisco, poi, la smania di certezza.

Spunto 6) C’è una finestrella lassù, nel cielo di ciascuno. Sempre chiusa, mai che passi aria, mai che si fiondi un uccello per sbaglio. Per sbattere impazzito le sue ali, nella mia camera, sfiorando la mia gabbia, mentre io lo osservo distesa sul letto.

foto di Petite Luxuries

Tutta la notte

La vera rivoluzione è capire se stessi. Prima che riescano a farlo gli altri, prima che lo faccia la massa.
Svuotata, perché il vuoto non esiste, nemmeno per chi occupa solamente lo spazio con un cervello spento.
E’ che non fa per me lo sgomitare, il sovrastare una frase altrui, mentre con la mente ho già preso una direzione diversa.

Quando arriva la confusione, e vedo che non afferro concetti o situazioni, mi piace pensare ad una frase che, se non è un’ancora di salvezza poco ci manca, disse il prof di italiano: “l’ignoranza è una scala: chi sbandiera di essere intelligente, sale di volta in volta il piolo che lo porta su, in alto, verso la vetta e, guardando l’orizzonte che man mano s’allarga, vede i confini della propria ignoranza”.
Credo non ci sia bisogno di spiegare.

I giochi di parole hanno permesso, non sempre, di far scemare una rabbia. Etichettare a bocca chiusa, non è corretto lo so, ma dà modo di non impazzire.

Non sono fatta per le regole, ma non sono nemmeno fatta per soffrire. Eppure dicono che sin dal primo istante i bambini che sgusciano dalle cosce della madre, piangono.
Detto dalla mia, per i miei primi tre giorni di vita non ho aperto bocca, tanto da farle pensare che qualcosa fosse andato storto in quella sua creatura.

Il ricordo più lontano che non sempre mi rincorre: le suore dell’asilo, a spiegarmi che i bambini nascono, che dentro la pancia sono dei piselli.
Da lì, la mia ostinata determinazione a non volere più mangiare i piselli a tavola, coi rimproveri di mia mamma e la minaccia silenziosa di mio papà.

Luci di una pista buia. E’ così che mi fa sentire chi, più o meno col mio consenso, ne approfitta in cerca di una direzione, ma non di un approdo.
Resto sempre quella valigia sgangherata, ai margini, a volte dimenticata, a volte presa per mano.
Perché siamo, o saremo, tutti chiamati ad essere un bagaglio, un accessorio. Ma forte resta il pensiero che il mondo gira, o girerà, come piace a noi.

O quel giornale gettato con stizza, da quella persona arrivata col treno per me. Un gioco di ruolo che forse non mi apparteneva, ma che poteva riempire un momento vuoto di noia.
Il sentirmi dire “sei quella giusta”, che mi fa allontanare, per poi capire che non sempre è la scelta giusta e, quando forse mi convinco, è sempre troppo tardi.

E ora mi girano tra le dita delle parole, da schiacciare sulla tastiera.

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Troppi trofei e poche verità

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Non  mi sento né confusa, né sicura. Penso sempre di essere arrivata a capire che la qualità deve fare parte della mia vita, ma è un obiettivo che tradisco ogni santo giorno.

Eppure ci tengo a far le cose per bene, sono sistematica, non scaramantica, viziata dalla pancia più che dalla testa, ma che di fondo è sempre padrona.

Mi perdo nelle vite degli altri, forzata dal maledetto vizio di volere ascoltare, osservarne la mimica, capire quanta falsità si cela in uno sguardo diretto.

Siamo autorizzati ad essere cinici? Non lo so, ma lo siamo. Lo sono, anche se non troppo convinta ma, o per pigrizia o per miei limiti mentali, non so in quale altro scomparto mettere un atteggiamento che oscuri la fragilità.

Troppi trofei e poche verità. Che ti rendono determinata, il bersaglio facile e comodo di chi non si vuole scomodare a mettersi in gioco con te, con me, con tutti.
Troppe chiacchiere che lasciano il vuoto, spingono in direzioni così sbagliate. Ma me ne faccio una ragione, ci penso poco ma così spesso.

Cerco un argomento che mi accenda, so che lo troverò. Ma non è così importante raggiungerlo, così incostante per esserne soddisfatta, lo getterei via dopo pochi minuti.

E ti affidi ai ricordi del passato, non sempre fiero ma certo, perché nella tua vita già c’è stato.
Pessimo errore, che ti fa sbattere contro il tuo futuro, senza riconoscere la tua nuova giusta occasione.

Non sopporto i bugiardi seriali. Che poi diventano ovvi e scontati, perché nel frattempo ho fatto a tempo ad assimilare il cambio d’espressione del viso, che precede l’ennesima non verità.
Perché? Cosa vi costringe a darmi una bugia, se non vi ho chiesto né un respiro né un battito.
Mi disfo di ogni possibile catena, non sopporto alcun gioiello regalato che sta a prendere polvere in qualche angolo della mia camera.
Mi spavento alla vista di un mazzo di fiori, steli e petali che nascondono la ricerca di un sentimento che non potrò ricambiare.
Soffoco sbadigli di fronte alla consuetudine, che mi leva l’ossigeno, che mi fa prendere per mano borsa e sciarpa ed allontanarmi alla svelta.

Non tradite mai un mio sorriso, non usate strategie con me, bloccate la vostra solitudine perché non potrò mai succhiarvela.

trovane una che

La considerazione va vissuta

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L’ho vista. Riflessa su quello specchio, che non ha un perché su quel muro.
Si toglie nervosa i capelli dal viso, sospira dentro e fuori sorride meschina.
Le dita han preso a ballare, sfiorano e picchiettano, come in un teatro vuoto.

Come una ruota improbabile, se ne va, l’ombra la segue fedele.
Non cerca lo sguardo d’ironia di chi non la capisce.

 

 

 

Spifferate alla vostra mente, che si può anche voler bene

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Ho bisogno di riflettere, chiudere gli spifferi della mente, cercando il silenzio.
E poi fallisco ogni progetto, non resisto a infiltrarmi in situazioni non mie, sfociando a volte anche nell’orribile cacofania.
Allungo la mano sinistra, dito medio alzato, mentre con la destra prendo il cellulare di una donna, stufa della conversazione che non sapeva  come chiudere.
Mi appoggio il cellulare all’orecchio, cercando di capire chi sta ‘di là’.
Ascolto quella voce, lontana centinaia di chilometri. Così troppo importante per me, che di troncarle il chiacchiericcio non ne ho proprio voglia.
Solo al mio ‘ciao’ capisce del cambio, la sento esplodere in una risata e, per come la conosco fin troppo bene, non riprende il discorso da dove l’aveva lasciato, ma dall’inizio.
E mi cullo, accendo la sigaretta, mi appoggio al muretto della terrazza, ascolto strappando distrattamente i petali di quei gerani ancora coraggiosi a metà ottobre.

Sento che sta per esaurire i suoi argomenti, ma non voglio lasciarla, sospingo le frasi che escono morbide dalle labbra, ridacchio, lì in piedi tra me e lei.
So che mi ‘adora’, so che non lo dirà mai sfacciatamente per non turbare altri animi.
E come mai potrebbe non avere un pensiero dolce in più, verso me, sua complice nello smezzare una sigaretta, io che le allungo l’accendino con la fiamma pronta, lei che mi infila in bocca un pezzetto di cioccolato?

Mutano le persone, si conoscono in un tempo lontano. Io all’epoca sembravo, ero, una bambina e lei una donna. Ora siamo due donne che si abbracciano strette, quando possono.

Sento un abbandono crescere dentro quando lei mi avvisa che chiude la telefonata, annaspo in cerca di un altra stupidata per tenerla con me. E mi blocco, basta così.

Le prometto che andrò. E lo farò.
Perché mi piacciono le levatacce che mi portano da lei. L’arrivare e trovarla sempre di vedetta, in attesa che mi veda sbucare da quel sottopasso che sempre meno mi piace quando devo ripartire per tornarmene a casa.

E solo aver chiuso la telefonata capisco che non sentivo più gli spifferi nella mente.

p&l

 

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Dire tutto e dire niente. Normalità

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Col senno di poi, lo dico spesso: “Mai più”.
Mai più alle feste a sorpresa, mai più sigarette, mai più un sacco di roba.
E serve a nulla dirlo, perché tornano o te le fanno tornare.

Una stretta di mano dice tanto, anticipa se non la personalità lo stato d’animo della persona. Ecco perché, sia pur che abbia il morale a terra o sia stanca, oppure arrivo a fine giornata a conoscere persone, che m’impongo di schiacciare per bene la mia stretta.
Perché ho sempre l’esigenza di tenere distanti le persone, dare un altolà insomma.

Dico bugie, a valanga. Non grosse, non gravi ma le dico. Sistema per mascherare una verità, perché mi scoccia rispondere “No non c’ho voglia” e quindi dico “no, non c’ho tempo”.

Devo, no non devo. Ma potrei riscuotere crediti e favori: non lo faccio, aspetto che il momento mi sia sempre più propizio per farlo. Non mi va di sprecare opportunità.
Sono ingombrante, non solo fisicamente. E non è colpa mia, sbagliano le persone a sottovalutarmi. Anche se sbagliano a metà, il resto è merito mio.

Ma la sentite voi la Primavera? Quella che ti risveglia l’ormone, quella che ti fa venire voglia di mollare carta e penna e uscire a viverle le cose che stai scrivendo? Ecco.

Settimana scorsa mi sono ritagliata un pomeriggio al lago. Ne avevo bisogno, è stato bello, è stato molto. Sdraiata sul pontile, vestita, col sole che mi scaldava, il silenzio, l’asso di denari che non batte la mia briscola di cuori.

Sono giornate così, snocciolate una appresso l’altra, a volte senza il confine di mezzanotte, mi trascinano ad una data che mi son data. C’è paura, timore, ansia ma tanta voglia di passarla.

Ho voglia di un viaggio, non lungo, ma largo. Ho sentito pochi giorni fa una voce lontana chilometri, ma sempre così vicina. Il tutto si azzera facilmente, basta prendere in mano il telefono e tutto torna, io al passato come se ieri fosse adesso. E’ stato bello: contare gli anni che mancavano e vedere che non contano.

PS: so che posso sempre dare il meglio di me, nel non farmi capire. E’ che non posso.
p&l
LaP

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Un principe alla mano. Carlo d’Inghilterra

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Quale bambina non sogna di incontrare il principe azzurro?
Non era azzurro, ma era Carlo, il figlio maggiore della regina Elisabetta, 68nne di chiaro vestito, addobbato con mostrine militari e bastone da montagna in mano.

Si è materializzato in quel delle 52 gallerie, sul Pasubio. Atteso, attesissimo, in una location che han voluto mantenere il più ‘sterile’ possibile, per motivi di sicurezza, ma io c’ero, col cartellino dell’accredito che sventolava sul mio petto, spinto e rispinto dall’aria fredda d’inizio aprile.

Ho realizzato poi tutto, seppur quel sabato pomeriggio l’ho vissuto con ogni particella tirata allo spasimo. Su tutto, allegria da parte mia. Tanta, ma propria, emozione che palpava ogni centimetro di quella mulattiera costruita dall’esercito italiano nel 1917, sotto il fuoco austriaco.
Perché se è vero che nel 2017 si respirava un’aria di attesa e trepidazione per la venuta del futuro, forse, re d’Inghilterra, non riuscivo ad allontanare il pensiero che 100 anni prima su quel monte roccioso, tra quei boschi, s’è consumata una guerra.
Fatto sta che è arrivato lui, il principe del Galles. Fatto sta che mi son trovata ad essere una dei 4 autorizzati a scarpinare con lui sui sassi delle strada delle 52 gallerie, ad immortalare ufficialmente l’evento.

Ma questo è già passato, già documentato con foto e scritto, i pass li ho messi via come prezioso ricordo. Su tutte le foto che ho fatto, questa quella che più, anche se imperfetta, lo so da me che sarebbe da cestinare, ma … perché stavo accucciata avanti a lui, mentre dietro di me sentivo uno della sicurezza che mi sollecitava a spostarmi, che ha tirato un sospiro di sollievo quando mi son rialzata.

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E che dire delle due ore di attesa, tra un suo impegno e l’altro. Lunghi ed eterni 120 minuti in cui ho chiacchierato col primo che mi veniva a tiro, ed erano solo militari, solitamente muti come indiani, ma quel giorno era speciale anche per loro, quindi ho ascoltato la storia del basco azzurro dell’Aves, seduta in elicottero sul posto che poco prima aveva occupato il principe Carlo.
E ho potuto fumare, dopo che avevo beccato uno della polizia di stato a farlo: “Ma fumi qua?”, non volendo accusarlo ma prendere aggancio per fumarmi una sigaretta con lui, cosa che dio volendo son riuscita a fare.
Tante, tantissime altre scene, ma mi manca la fantasia giusta per raccontarle.

Quindi me ne vado al bar

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Parto dal fondo, che tanto ieri è già lontano e di stamane ho ricordo vacuo.
Si cianca in sti giorni e pure tanto, con la sottoscritta che nemmeno per l’anticamera del cervello se ne pensa di sottrarsi al montare i bla bla.
E niente, sono arrivata a fine corsa: la primavera fa sempre sta cosa a me. Arrivo spompata ma sempre a gamba tesa nelle situazioni, sia mai che per caso un mio nemico inciampi.

über alles

No, niente simpatie particolari per la Germania, solo parole che rintronano nel mio cervello e non so nemmeno perché, o forse sono miei istinti megalomani (che mai mi son mancati).
Dal “potresti buttarti in politica” al “ma ci sei o ci fai”, devo dedurre che tanta, ma proprio tanta, gente non ha una bella concezione di me. Amen.

O forse lo stare sopra mi ha salvato da tanti momenti di puro stress. I pericoli non è che stanno dietro l’angolo, no ti aspettano comodamente seduti sopra la tazza del water, la mattina quando ti alzi.
Sto al top, per numero di sigarette che mi fumo,  dimentico i panni in lavanderia, sbaglio come sempre a fare la spesa, non bevo acqua.

Tempo fa una persona mi disse: “Non mi piace come scrivi nel blog”. …………….. Uhm, occhei. Quindi? “Tranqui, fa nulla, non te l’ha ordinato il prete di farlo”.
Ho toppato, perché se non me ne importasse veramente non avrei dato una risposta del genere, avrei sorriso pensando ad altro, facendo finta di ascoltare.
E invece ho ascoltato.
E tutto si sarebbe risolto lì, se la persona non avesse continuato “No davvero, proprio non mi piace come scrivi”… dio ma ‘na volta tanto non guardi in giù?… “Vabbè me ne farò una ragione” ho risposto, cercando di accompagnare il tutto con un sorrisetto.
Anche a me non piace più di tanto leggere i blog altrui: sono pochi, davvero pochi, quelli che leggo, ma non per colpa altrui. E’ che io son viziata con uno stile di scrittura, esagerando nel termine.
O mi colpisci e mi stendi subito, o se ne fa nulla. Poi ho 1 solo blog su cui ogni tanto poso l’occhio, solo perché sono affezionata al proprietario, combattendo l’orticaria per come scrive (ovvero diverso dal mio).

E niente, ultimamente sono aumentati i contatti che ho salvato sul cellulare: buona parte non mi ricordo chi siano e quale circostanza li abbia portati sulla mia sim. Ari-amen.

Ho spazzolato parecchio il piatto degli amici su facebook: via via e ancora via. Sorrido alle richieste che mi arrivano, incrociate con persone di cui non voglio manco sentire nominare il nome.
Ogni tanto tenta di far capolino la mia mania pseudo investigativa, capire cosa-chi-perché. Poi so di non avere i mezzi, o più che altro uno scopo valido. O solamente dimentico nel giro di 5 minuti cosa volevo fare, chiedendomi: “come si chiamava?”.

E niente, son giorni che non faccio altro che ascoltare sta canzone, picchiettando le dita o quello che mi passa per mano.