Troppi trofei e poche verità

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Non  mi sento né confusa, né sicura. Penso sempre di essere arrivata a capire che la qualità deve fare parte della mia vita, ma è un obiettivo che tradisco ogni santo giorno.

Eppure ci tengo a far le cose per bene, sono sistematica, non scaramantica, viziata dalla pancia più che dalla testa, ma che di fondo è sempre padrona.

Mi perdo nelle vite degli altri, forzata dal maledetto vizio di volere ascoltare, osservarne la mimica, capire quanta falsità si cela in uno sguardo diretto.

Siamo autorizzati ad essere cinici? Non lo so, ma lo siamo. Lo sono, anche se non troppo convinta ma, o per pigrizia o per miei limiti mentali, non so in quale altro scomparto mettere un atteggiamento che oscuri la fragilità.

Troppi trofei e poche verità. Che ti rendono determinata, il bersaglio facile e comodo di chi non si vuole scomodare a mettersi in gioco con te, con me, con tutti.
Troppe chiacchiere che lasciano il vuoto, spingono in direzioni così sbagliate. Ma me ne faccio una ragione, ci penso poco ma così spesso.

Cerco un argomento che mi accenda, so che lo troverò. Ma non è così importante raggiungerlo, così incostante per esserne soddisfatta, lo getterei via dopo pochi minuti.

E ti affidi ai ricordi del passato, non sempre fiero ma certo, perché nella tua vita già c’è stato.
Pessimo errore, che ti fa sbattere contro il tuo futuro, senza riconoscere la tua nuova giusta occasione.

Non sopporto i bugiardi seriali. Che poi diventano ovvi e scontati, perché nel frattempo ho fatto a tempo ad assimilare il cambio d’espressione del viso, che precede l’ennesima non verità.
Perché? Cosa vi costringe a darmi una bugia, se non vi ho chiesto né un respiro né un battito.
Mi disfo di ogni possibile catena, non sopporto alcun gioiello regalato che sta a prendere polvere in qualche angolo della mia camera.
Mi spavento alla vista di un mazzo di fiori, steli e petali che nascondono la ricerca di un sentimento che non potrò ricambiare.
Soffoco sbadigli di fronte alla consuetudine, che mi leva l’ossigeno, che mi fa prendere per mano borsa e sciarpa ed allontanarmi alla svelta.

Non tradite mai un mio sorriso, non usate strategie con me, bloccate la vostra solitudine perché non potrò mai succhiarvela.

trovane una che

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La considerazione va vissuta

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L’ho vista. Riflessa su quello specchio, che non ha un perché su quel muro.
Si toglie nervosa i capelli dal viso, sospira dentro e fuori sorride meschina.
Le dita han preso a ballare, sfiorano e picchiettano, come in un teatro vuoto.

Come una ruota improbabile, se ne va, l’ombra la segue fedele.
Non cerca lo sguardo d’ironia di chi non la capisce.

 

 

 

Spifferate alla vostra mente, che si può anche voler bene

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Ho bisogno di riflettere, chiudere gli spifferi della mente, cercando il silenzio.
E poi fallisco ogni progetto, non resisto a infiltrarmi in situazioni non mie, sfociando a volte anche nell’orribile cacofania.
Allungo la mano sinistra, dito medio alzato, mentre con la destra prendo il cellulare di una donna, stufa della conversazione che non sapeva  come chiudere.
Mi appoggio il cellulare all’orecchio, cercando di capire chi sta ‘di là’.
Ascolto quella voce, lontana centinaia di chilometri. Così troppo importante per me, che di troncarle il chiacchiericcio non ne ho proprio voglia.
Solo al mio ‘ciao’ capisce del cambio, la sento esplodere in una risata e, per come la conosco fin troppo bene, non riprende il discorso da dove l’aveva lasciato, ma dall’inizio.
E mi cullo, accendo la sigaretta, mi appoggio al muretto della terrazza, ascolto strappando distrattamente i petali di quei gerani ancora coraggiosi a metà ottobre.

Sento che sta per esaurire i suoi argomenti, ma non voglio lasciarla, sospingo le frasi che escono morbide dalle labbra, ridacchio, lì in piedi tra me e lei.
So che mi ‘adora’, so che non lo dirà mai sfacciatamente per non turbare altri animi.
E come mai potrebbe non avere un pensiero dolce in più, verso me, sua complice nello smezzare una sigaretta, io che le allungo l’accendino con la fiamma pronta, lei che mi infila in bocca un pezzetto di cioccolato?

Mutano le persone, si conoscono in un tempo lontano. Io all’epoca sembravo, ero, una bambina e lei una donna. Ora siamo due donne che si abbracciano strette, quando possono.

Sento un abbandono crescere dentro quando lei mi avvisa che chiude la telefonata, annaspo in cerca di un altra stupidata per tenerla con me. E mi blocco, basta così.

Le prometto che andrò. E lo farò.
Perché mi piacciono le levatacce che mi portano da lei. L’arrivare e trovarla sempre di vedetta, in attesa che mi veda sbucare da quel sottopasso che sempre meno mi piace quando devo ripartire per tornarmene a casa.

E solo aver chiuso la telefonata capisco che non sentivo più gli spifferi nella mente.

p&l

 

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Dire tutto e dire niente. Normalità

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Col senno di poi, lo dico spesso: “Mai più”.
Mai più alle feste a sorpresa, mai più sigarette, mai più un sacco di roba.
E serve a nulla dirlo, perché tornano o te le fanno tornare.

Una stretta di mano dice tanto, anticipa se non la personalità lo stato d’animo della persona. Ecco perché, sia pur che abbia il morale a terra o sia stanca, oppure arrivo a fine giornata a conoscere persone, che m’impongo di schiacciare per bene la mia stretta.
Perché ho sempre l’esigenza di tenere distanti le persone, dare un altolà insomma.

Dico bugie, a valanga. Non grosse, non gravi ma le dico. Sistema per mascherare una verità, perché mi scoccia rispondere “No non c’ho voglia” e quindi dico “no, non c’ho tempo”.

Devo, no non devo. Ma potrei riscuotere crediti e favori: non lo faccio, aspetto che il momento mi sia sempre più propizio per farlo. Non mi va di sprecare opportunità.
Sono ingombrante, non solo fisicamente. E non è colpa mia, sbagliano le persone a sottovalutarmi. Anche se sbagliano a metà, il resto è merito mio.

Ma la sentite voi la Primavera? Quella che ti risveglia l’ormone, quella che ti fa venire voglia di mollare carta e penna e uscire a viverle le cose che stai scrivendo? Ecco.

Settimana scorsa mi sono ritagliata un pomeriggio al lago. Ne avevo bisogno, è stato bello, è stato molto. Sdraiata sul pontile, vestita, col sole che mi scaldava, il silenzio, l’asso di denari che non batte la mia briscola di cuori.

Sono giornate così, snocciolate una appresso l’altra, a volte senza il confine di mezzanotte, mi trascinano ad una data che mi son data. C’è paura, timore, ansia ma tanta voglia di passarla.

Ho voglia di un viaggio, non lungo, ma largo. Ho sentito pochi giorni fa una voce lontana chilometri, ma sempre così vicina. Il tutto si azzera facilmente, basta prendere in mano il telefono e tutto torna, io al passato come se ieri fosse adesso. E’ stato bello: contare gli anni che mancavano e vedere che non contano.

PS: so che posso sempre dare il meglio di me, nel non farmi capire. E’ che non posso.
p&l
LaP

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Un principe alla mano. Carlo d’Inghilterra

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Quale bambina non sogna di incontrare il principe azzurro?
Non era azzurro, ma era Carlo, il figlio maggiore della regina Elisabetta, 68nne di chiaro vestito, addobbato con mostrine militari e bastone da montagna in mano.

Si è materializzato in quel delle 52 gallerie, sul Pasubio. Atteso, attesissimo, in una location che han voluto mantenere il più ‘sterile’ possibile, per motivi di sicurezza, ma io c’ero, col cartellino dell’accredito che sventolava sul mio petto, spinto e rispinto dall’aria fredda d’inizio aprile.

Ho realizzato poi tutto, seppur quel sabato pomeriggio l’ho vissuto con ogni particella tirata allo spasimo. Su tutto, allegria da parte mia. Tanta, ma propria, emozione che palpava ogni centimetro di quella mulattiera costruita dall’esercito italiano nel 1917, sotto il fuoco austriaco.
Perché se è vero che nel 2017 si respirava un’aria di attesa e trepidazione per la venuta del futuro, forse, re d’Inghilterra, non riuscivo ad allontanare il pensiero che 100 anni prima su quel monte roccioso, tra quei boschi, s’è consumata una guerra.
Fatto sta che è arrivato lui, il principe del Galles. Fatto sta che mi son trovata ad essere una dei 4 autorizzati a scarpinare con lui sui sassi delle strada delle 52 gallerie, ad immortalare ufficialmente l’evento.

Ma questo è già passato, già documentato con foto e scritto, i pass li ho messi via come prezioso ricordo. Su tutte le foto che ho fatto, questa quella che più, anche se imperfetta, lo so da me che sarebbe da cestinare, ma … perché stavo accucciata avanti a lui, mentre dietro di me sentivo uno della sicurezza che mi sollecitava a spostarmi, che ha tirato un sospiro di sollievo quando mi son rialzata.

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E che dire delle due ore di attesa, tra un suo impegno e l’altro. Lunghi ed eterni 120 minuti in cui ho chiacchierato col primo che mi veniva a tiro, ed erano solo militari, solitamente muti come indiani, ma quel giorno era speciale anche per loro, quindi ho ascoltato la storia del basco azzurro dell’Aves, seduta in elicottero sul posto che poco prima aveva occupato il principe Carlo.
E ho potuto fumare, dopo che avevo beccato uno della polizia di stato a farlo: “Ma fumi qua?”, non volendo accusarlo ma prendere aggancio per fumarmi una sigaretta con lui, cosa che dio volendo son riuscita a fare.
Tante, tantissime altre scene, ma mi manca la fantasia giusta per raccontarle.

Quindi me ne vado al bar

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Parto dal fondo, che tanto ieri è già lontano e di stamane ho ricordo vacuo.
Si cianca in sti giorni e pure tanto, con la sottoscritta che nemmeno per l’anticamera del cervello se ne pensa di sottrarsi al montare i bla bla.
E niente, sono arrivata a fine corsa: la primavera fa sempre sta cosa a me. Arrivo spompata ma sempre a gamba tesa nelle situazioni, sia mai che per caso un mio nemico inciampi.

über alles

No, niente simpatie particolari per la Germania, solo parole che rintronano nel mio cervello e non so nemmeno perché, o forse sono miei istinti megalomani (che mai mi son mancati).
Dal “potresti buttarti in politica” al “ma ci sei o ci fai”, devo dedurre che tanta, ma proprio tanta, gente non ha una bella concezione di me. Amen.

O forse lo stare sopra mi ha salvato da tanti momenti di puro stress. I pericoli non è che stanno dietro l’angolo, no ti aspettano comodamente seduti sopra la tazza del water, la mattina quando ti alzi.
Sto al top, per numero di sigarette che mi fumo,  dimentico i panni in lavanderia, sbaglio come sempre a fare la spesa, non bevo acqua.

Tempo fa una persona mi disse: “Non mi piace come scrivi nel blog”. …………….. Uhm, occhei. Quindi? “Tranqui, fa nulla, non te l’ha ordinato il prete di farlo”.
Ho toppato, perché se non me ne importasse veramente non avrei dato una risposta del genere, avrei sorriso pensando ad altro, facendo finta di ascoltare.
E invece ho ascoltato.
E tutto si sarebbe risolto lì, se la persona non avesse continuato “No davvero, proprio non mi piace come scrivi”… dio ma ‘na volta tanto non guardi in giù?… “Vabbè me ne farò una ragione” ho risposto, cercando di accompagnare il tutto con un sorrisetto.
Anche a me non piace più di tanto leggere i blog altrui: sono pochi, davvero pochi, quelli che leggo, ma non per colpa altrui. E’ che io son viziata con uno stile di scrittura, esagerando nel termine.
O mi colpisci e mi stendi subito, o se ne fa nulla. Poi ho 1 solo blog su cui ogni tanto poso l’occhio, solo perché sono affezionata al proprietario, combattendo l’orticaria per come scrive (ovvero diverso dal mio).

E niente, ultimamente sono aumentati i contatti che ho salvato sul cellulare: buona parte non mi ricordo chi siano e quale circostanza li abbia portati sulla mia sim. Ari-amen.

Ho spazzolato parecchio il piatto degli amici su facebook: via via e ancora via. Sorrido alle richieste che mi arrivano, incrociate con persone di cui non voglio manco sentire nominare il nome.
Ogni tanto tenta di far capolino la mia mania pseudo investigativa, capire cosa-chi-perché. Poi so di non avere i mezzi, o più che altro uno scopo valido. O solamente dimentico nel giro di 5 minuti cosa volevo fare, chiedendomi: “come si chiamava?”.

E niente, son giorni che non faccio altro che ascoltare sta canzone, picchiettando le dita o quello che mi passa per mano.

 

Get Up. Come lo faccio

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Stamane solita ora, 6.30, suona in modo soffice la sveglia ma non ce n’era bisogno, stavo già in piedi. Già fumata la prima sigaretta al buio, intuendo l’alba che avanzava alle mie spalle.

“Smetti di fumare”, me lo dicono in molti in tante occasioni del giorno. So che fa male, so che … Ma quei minuti sono solo miei, privati, vietati a chi dico io: a tutti.
Mi si può disturbare finché lavoro, non tanto quando leggo, ma mai finché mi isolo con la sigaretta in mano. Articolo frasi che spesso non avranno mai un eco, pianifico poco, spesso e volentieri mando a fanculo chi volente o nolente mi da noia.

Stamane solita ora, 7.00, sveglio l’adolescente e parte la solita storietta di ogni santa mattina, da sotto le coperte mi chiama “mamma vieni qua” , ci vado sempre, sorridendo tra me e me, sapendo già cosa mi dirà poi quando allungherò una mano a scompigliarli i capelli “mamma brutta ora va via”.
E’ un rituale che so bene un giorno finirà. Ci penso spesso se lo vizio o lo coccolo troppo, perché l’amore può anche essere troppo, come l’altro giorno quando mi ha detto “mi è stato rubato l’ombrello a scuola e so chi è stato”. Io reagisco sempre alla mia:  male”chiamalo e fattelo dare”, “no mamma, lo becco domani con calma”. La sua calma, così sconosciuta in me, lo ha fatto tornare a casa il giorno dopo con l’ombrello.
Lui pondera, io invece pratico, anche la guerra. Non mi importa quasi mai il mezzo, penso al fine.

Sì, mi devo levare dalla testa che non sarò mai l’ombra di nessuno.
Tanto meno sono una samaritana che fa le cose per nulla, ma ci sono momenti in cui devo chiedere, altri no.
Perché poi talune volte ti confronti con persone che fanno così tanto, per gli altri, mentre io non batto ciglio, o forse lo batto ma non lo sponsorizzo. Non fa parte della mia natura mettermi in mostra per quello che faccio (poco che sia chiaro), mentre vedo idioti allo stato puro passarmi avanti.

So bene che ci sono molte più persone furbe di me, ma sti cazzi, chi s’approfitta di me personalmente o nel lavoro pagherà tutto in medicine.

Il tipo che aveva sottratto l’ombrello a mio figlio è una specie di bullo, ora capisco perché il pupo abbia preferito evitare un contrasto acceso, preferendo la strada dello sputtamento diretto, viso a viso pubblicamente.

Non smetterò mai di preoccuparmi per mio figlio, ma è giusto che lui si faccia le sue di ossa, gestisca a modo suo le questioni. Viceversa io non smetto di controllare a distanza, preparando boicottamenti a chi mi tocca il bene più prezioso.
Chiaro.

Intanto mi programmo viaggio, per staccare tutti e due la spina.
p&l
LaP

 

Ho bisogno di Primavera

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Mi sto disaffezionando alla gente, a quella gente che riempirebbe la saletta di un qualsiasi psicologo. Gente che vibra sui social smuovendo le propria dita sulla tastiera, mentre mi chiedo se nella vita  un dito per aiutare una persona lo muoverebbero.
Persone che versano parole su parole, che s’improvvisano tuttologi, indossando  il camice di  dottore con specializzazione in neurochirurgia,  mentre scannerizzano ogni singola movenza del figlio di Trump nell’ennesimo video che gira in rete.
Persone che nelle loro 24 ore, maggior parte delle quali di fronte ad un monitor, con assoluta noncuranza danno della troia ad una donna che non conoscono, detengono l’onniscienza della nostra politica malsana, ma che non  fanno nulla per cambiare le cose.
L’invidia si alimenta sui social, così tremendamente democratici perché si può dire tutto a tutti, fregandosene se vai ad incrinare una certezza, allargando insicurezze.
Fa nulla, vige il sacrosanto diritto di sputare sentenze e critiche, illuminati dalla luce fioca del monitor.

Non c’è buon gusto, manca il rispetto, latita l’auto ironia. L’importante è parlare bene di se stessi, considerando persone di poco conto e incapaci di far bene gli altri.
E se per caso ti dovesse balenare per la tua adorabile testina il pensiero di  dire “bhe ma a me i cani non piacciono”, fermati per l’amor di dio. Non verresti capito lo sai no? Eppure tu che comprendi il legame d’un proprietario col suo cane, non puoi dirlo esplicitamente che dentro a te sta cosa non smuove.

Nel 2016 ci son stati 120 femminicidi. Negli ultimi 10 anni 1600 bimbi sono rimasti orfani di madre per questo. Brividi per questo genere di numeri. Sembra che a volte ci si improvvisi nella vita, confusi e deviati dalla propria rabbia che ti fa macchiare le mani di sangue.
Chi e dove e perché ha deciso che si può essere padroni della vita altrui? Restano nell’aria che respiriamo ogni giorno le urla e il dolore di queste donne, i pianti di questi bimbi.

Troppi drammi fustigano le famiglie, nel luogo dove tutto dovrebbe essere protetto ed accudito. Quante violenze fisiche e verbali, censurate al pubblico, si consumano in una casa?

Pochi giorni fa una donna mi disse “gente vien da me perché ridia a loro la vita di un tempo, cosa ne pensi?”. Penso che no, è illusorio, è utopistico promettere il passato. “Non lo rivorrò  mai un passato, seppur bello, che ha comunque generato un presente sofferto”.

Ruoli. Mai come in queste ultime settimane ho affrontato, volente o nolente, la gestione dei ruoli, a volte palesando una confusione degli stessi. E allora prendi un foglio bianco, una penna e provi a tracciare un bilancio, cercando di essere onesta nel scrivere frasi che ti fan male.

Altro giorno ho detto ad una persona “Mi sento confusa”. Nel mio ruolo di ‘stampella’, assunto un po’ recalcitrante ma dovuto. Il suo “non mollare ora” non mi conforta, vedo avanti me giorni di settimane e mesi di sacrificio. Convivo con la paura di sottrarre tempo al mio bene più prezioso, quel figlio che un perché grosso lo ha dato alla mia vita.

Certezze. Perché di fondo è così. Tutti le cerchiamo, tanti le vorrebbero scontate e dovute. Mi aggrappo a queste, consapevole che mai dovrò abusarne per non crearne dipendenza.

Cosa vorrei ? Poesia che chiedevo negli anni passati, parchi e villani in  tal senso. Ho chiuso porte con forza e determinazione,  a persone e situazioni che intendevano creare una propria esistenza a spese mie. No.
A chi mi ha giudicato, mal pensato e mal parlato, additato e offeso, svalutato e svenduto, posso solo dire che io ho la mia vita, che per fortuna, non è obbligata ad intersecarsi con la loro.
p&l
LaP

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ciao ciao 2016

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“E non ci vedremo più” penso sia questo il succo del mio 2016, dove ho chiuso parecchie porte, ovvero ho fatto prevalere (e giustamente) me stessa.
E’ volato relativamente in fretta l’anno appena chiuso, ha tolto e dato molto. Bene direi.

Ho conosciuto una caterva di persone, talune che sono scivolate nella mia mente senza darmi il tempo di afferrare il loro nome. Un bel gruppetto di esse il nome ce lo hanno lasciato, chi più o meno in evidenza. Bene dai.

Ho tolto le lenzuola dal mio letto, le ho lavate, fatte gocciolare appese al mio filo di vita. Asciugate insomma, pronte nuovamente.

Ho iniziate esperienze nuove che mi hanno beatamente palesato i miei limiti. Quando accade vado spesso in modalità “sfida”, ché non esiste per me di etichettare una cosa come impossibile se almeno non ci impantano per bene prima. Talune volte ci son riuscita, altre meno. Amen.

Ho visto sbocciare di giorno in giorno il pargolo che mi gira per casa, aumentare la nostra coesione mentale, soffermarmi senza che se ne accorgesse nelle sue espressioni mutevoli, dandomi ogni giorno una lettura nuova della sua crescita.

Che il 2017 mi sia lieto, e per davvero che ne ho davvero bisogno, riservandomi cose belle, basta scossoni. Per carità.
Buttare via, tagliare, levare, togliere sono attività così abituali al mio modo di essere e mai come nell’anno passato l’ho fatto, sollevandomi nelle mie libertà, come è giusto che ciascuna persona faccia sempre.
Ho impresso ancor meglio nella mia testa la parola rispetto, più che per me per il giusto delle cose. Ho socchiuso gli occhi su cose che non mi andavano a genio, ho tracannato birra come mai avrei pensato di essere in grado, ho mangiato più fuori che a casa, ho avuto molta compagnia. Tutto bene insomma.
Quel bene che poi mi fa apprezzare i miei momenti solitari, che mai mi abbandoneranno, che mi fanno crescere (migliorando o peggiorando).

Ricordo che nei primi mesi del 2016 mi auguravo “più poesia nella mia vita”. Mi sono improvvisata poetessa e me le sono scritte le mie rime, spingendomi oltre, sconfinando in situazioni che legali non sarebbero ma che a me fanno stare bene e a cui non rinuncerò.

E’ svolazzato l’atropo nella mia vita, non in senso lato, guai a chi me lo schiaccia
p&l

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