Dire tutto e dire niente. Normalità

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Col senno di poi, lo dico spesso: “Mai più”.
Mai più alle feste a sorpresa, mai più sigarette, mai più un sacco di roba.
E serve a nulla dirlo, perché tornano o te le fanno tornare.

Una stretta di mano dice tanto, anticipa se non la personalità lo stato d’animo della persona. Ecco perché, sia pur che abbia il morale a terra o sia stanca, oppure arrivo a fine giornata a conoscere persone, che m’impongo di schiacciare per bene la mia stretta.
Perché ho sempre l’esigenza di tenere distanti le persone, dare un altolà insomma.

Dico bugie, a valanga. Non grosse, non gravi ma le dico. Sistema per mascherare una verità, perché mi scoccia rispondere “No non c’ho voglia” e quindi dico “no, non c’ho tempo”.

Devo, no non devo. Ma potrei riscuotere crediti e favori: non lo faccio, aspetto che il momento mi sia sempre più propizio per farlo. Non mi va di sprecare opportunità.
Sono ingombrante, non solo fisicamente. E non è colpa mia, sbagliano le persone a sottovalutarmi. Anche se sbagliano a metà, il resto è merito mio.

Ma la sentite voi la Primavera? Quella che ti risveglia l’ormone, quella che ti fa venire voglia di mollare carta e penna e uscire a viverle le cose che stai scrivendo? Ecco.

Settimana scorsa mi sono ritagliata un pomeriggio al lago. Ne avevo bisogno, è stato bello, è stato molto. Sdraiata sul pontile, vestita, col sole che mi scaldava, il silenzio, l’asso di denari che non batte la mia briscola di cuori.

Sono giornate così, snocciolate una appresso l’altra, a volte senza il confine di mezzanotte, mi trascinano ad una data che mi son data. C’è paura, timore, ansia ma tanta voglia di passarla.

Ho voglia di un viaggio, non lungo, ma largo. Ho sentito pochi giorni fa una voce lontana chilometri, ma sempre così vicina. Il tutto si azzera facilmente, basta prendere in mano il telefono e tutto torna, io al passato come se ieri fosse adesso. E’ stato bello: contare gli anni che mancavano e vedere che non contano.

PS: so che posso sempre dare il meglio di me, nel non farmi capire. E’ che non posso.
p&l
LaP

encop4

 

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Un principe alla mano. Carlo d’Inghilterra

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Quale bambina non sogna di incontrare il principe azzurro?
Non era azzurro, ma era Carlo, il figlio maggiore della regina Elisabetta, 68nne di chiaro vestito, addobbato con mostrine militari e bastone da montagna in mano.

Si è materializzato in quel delle 52 gallerie, sul Pasubio. Atteso, attesissimo, in una location che han voluto mantenere il più ‘sterile’ possibile, per motivi di sicurezza, ma io c’ero, col cartellino dell’accredito che sventolava sul mio petto, spinto e rispinto dall’aria fredda d’inizio aprile.

Ho realizzato poi tutto, seppur quel sabato pomeriggio l’ho vissuto con ogni particella tirata allo spasimo. Su tutto, allegria da parte mia. Tanta, ma propria, emozione che palpava ogni centimetro di quella mulattiera costruita dall’esercito italiano nel 1917, sotto il fuoco austriaco.
Perché se è vero che nel 2017 si respirava un’aria di attesa e trepidazione per la venuta del futuro, forse, re d’Inghilterra, non riuscivo ad allontanare il pensiero che 100 anni prima su quel monte roccioso, tra quei boschi, s’è consumata una guerra.
Fatto sta che è arrivato lui, il principe del Galles. Fatto sta che mi son trovata ad essere una dei 4 autorizzati a scarpinare con lui sui sassi delle strada delle 52 gallerie, ad immortalare ufficialmente l’evento.

Ma questo è già passato, già documentato con foto e scritto, i pass li ho messi via come prezioso ricordo. Su tutte le foto che ho fatto, questa quella che più, anche se imperfetta, lo so da me che sarebbe da cestinare, ma … perché stavo accucciata avanti a lui, mentre dietro di me sentivo uno della sicurezza che mi sollecitava a spostarmi, che ha tirato un sospiro di sollievo quando mi son rialzata.

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E che dire delle due ore di attesa, tra un suo impegno e l’altro. Lunghi ed eterni 120 minuti in cui ho chiacchierato col primo che mi veniva a tiro, ed erano solo militari, solitamente muti come indiani, ma quel giorno era speciale anche per loro, quindi ho ascoltato la storia del basco azzurro dell’Aves, seduta in elicottero sul posto che poco prima aveva occupato il principe Carlo.
E ho potuto fumare, dopo che avevo beccato uno della polizia di stato a farlo: “Ma fumi qua?”, non volendo accusarlo ma prendere aggancio per fumarmi una sigaretta con lui, cosa che dio volendo son riuscita a fare.
Tante, tantissime altre scene, ma mi manca la fantasia giusta per raccontarle.

Quindi me ne vado al bar

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Parto dal fondo, che tanto ieri è già lontano e di stamane ho ricordo vacuo.
Si cianca in sti giorni e pure tanto, con la sottoscritta che nemmeno per l’anticamera del cervello se ne pensa di sottrarsi al montare i bla bla.
E niente, sono arrivata a fine corsa: la primavera fa sempre sta cosa a me. Arrivo spompata ma sempre a gamba tesa nelle situazioni, sia mai che per caso un mio nemico inciampi.

über alles

No, niente simpatie particolari per la Germania, solo parole che rintronano nel mio cervello e non so nemmeno perché, o forse sono miei istinti megalomani (che mai mi son mancati).
Dal “potresti buttarti in politica” al “ma ci sei o ci fai”, devo dedurre che tanta, ma proprio tanta, gente non ha una bella concezione di me. Amen.

O forse lo stare sopra mi ha salvato da tanti momenti di puro stress. I pericoli non è che stanno dietro l’angolo, no ti aspettano comodamente seduti sopra la tazza del water, la mattina quando ti alzi.
Sto al top, per numero di sigarette che mi fumo,  dimentico i panni in lavanderia, sbaglio come sempre a fare la spesa, non bevo acqua.

Tempo fa una persona mi disse: “Non mi piace come scrivi nel blog”. …………….. Uhm, occhei. Quindi? “Tranqui, fa nulla, non te l’ha ordinato il prete di farlo”.
Ho toppato, perché se non me ne importasse veramente non avrei dato una risposta del genere, avrei sorriso pensando ad altro, facendo finta di ascoltare.
E invece ho ascoltato.
E tutto si sarebbe risolto lì, se la persona non avesse continuato “No davvero, proprio non mi piace come scrivi”… dio ma ‘na volta tanto non guardi in giù?… “Vabbè me ne farò una ragione” ho risposto, cercando di accompagnare il tutto con un sorrisetto.
Anche a me non piace più di tanto leggere i blog altrui: sono pochi, davvero pochi, quelli che leggo, ma non per colpa altrui. E’ che io son viziata con uno stile di scrittura, esagerando nel termine.
O mi colpisci e mi stendi subito, o se ne fa nulla. Poi ho 1 solo blog su cui ogni tanto poso l’occhio, solo perché sono affezionata al proprietario, combattendo l’orticaria per come scrive (ovvero diverso dal mio).

E niente, ultimamente sono aumentati i contatti che ho salvato sul cellulare: buona parte non mi ricordo chi siano e quale circostanza li abbia portati sulla mia sim. Ari-amen.

Ho spazzolato parecchio il piatto degli amici su facebook: via via e ancora via. Sorrido alle richieste che mi arrivano, incrociate con persone di cui non voglio manco sentire nominare il nome.
Ogni tanto tenta di far capolino la mia mania pseudo investigativa, capire cosa-chi-perché. Poi so di non avere i mezzi, o più che altro uno scopo valido. O solamente dimentico nel giro di 5 minuti cosa volevo fare, chiedendomi: “come si chiamava?”.

E niente, son giorni che non faccio altro che ascoltare sta canzone, picchiettando le dita o quello che mi passa per mano.

 

Get Up. Come lo faccio

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Stamane solita ora, 6.30, suona in modo soffice la sveglia ma non ce n’era bisogno, stavo già in piedi. Già fumata la prima sigaretta al buio, intuendo l’alba che avanzava alle mie spalle.

“Smetti di fumare”, me lo dicono in molti in tante occasioni del giorno. So che fa male, so che … Ma quei minuti sono solo miei, privati, vietati a chi dico io: a tutti.
Mi si può disturbare finché lavoro, non tanto quando leggo, ma mai finché mi isolo con la sigaretta in mano. Articolo frasi che spesso non avranno mai un eco, pianifico poco, spesso e volentieri mando a fanculo chi volente o nolente mi da noia.

Stamane solita ora, 7.00, sveglio l’adolescente e parte la solita storietta di ogni santa mattina, da sotto le coperte mi chiama “mamma vieni qua” , ci vado sempre, sorridendo tra me e me, sapendo già cosa mi dirà poi quando allungherò una mano a scompigliarli i capelli “mamma brutta ora va via”.
E’ un rituale che so bene un giorno finirà. Ci penso spesso se lo vizio o lo coccolo troppo, perché l’amore può anche essere troppo, come l’altro giorno quando mi ha detto “mi è stato rubato l’ombrello a scuola e so chi è stato”. Io reagisco sempre alla mia:  male”chiamalo e fattelo dare”, “no mamma, lo becco domani con calma”. La sua calma, così sconosciuta in me, lo ha fatto tornare a casa il giorno dopo con l’ombrello.
Lui pondera, io invece pratico, anche la guerra. Non mi importa quasi mai il mezzo, penso al fine.

Sì, mi devo levare dalla testa che non sarò mai l’ombra di nessuno.
Tanto meno sono una samaritana che fa le cose per nulla, ma ci sono momenti in cui devo chiedere, altri no.
Perché poi talune volte ti confronti con persone che fanno così tanto, per gli altri, mentre io non batto ciglio, o forse lo batto ma non lo sponsorizzo. Non fa parte della mia natura mettermi in mostra per quello che faccio (poco che sia chiaro), mentre vedo idioti allo stato puro passarmi avanti.

So bene che ci sono molte più persone furbe di me, ma sti cazzi, chi s’approfitta di me personalmente o nel lavoro pagherà tutto in medicine.

Il tipo che aveva sottratto l’ombrello a mio figlio è una specie di bullo, ora capisco perché il pupo abbia preferito evitare un contrasto acceso, preferendo la strada dello sputtamento diretto, viso a viso pubblicamente.

Non smetterò mai di preoccuparmi per mio figlio, ma è giusto che lui si faccia le sue di ossa, gestisca a modo suo le questioni. Viceversa io non smetto di controllare a distanza, preparando boicottamenti a chi mi tocca il bene più prezioso.
Chiaro.

Intanto mi programmo viaggio, per staccare tutti e due la spina.
p&l
LaP

 

Ho bisogno di Primavera

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Mi sto disaffezionando alla gente, a quella gente che riempirebbe la saletta di un qualsiasi psicologo. Gente che vibra sui social smuovendo le propria dita sulla tastiera, mentre mi chiedo se nella vita  un dito per aiutare una persona lo muoverebbero.
Persone che versano parole su parole, che s’improvvisano tuttologi, indossando  il camice di  dottore con specializzazione in neurochirurgia,  mentre scannerizzano ogni singola movenza del figlio di Trump nell’ennesimo video che gira in rete.
Persone che nelle loro 24 ore, maggior parte delle quali di fronte ad un monitor, con assoluta noncuranza danno della troia ad una donna che non conoscono, detengono l’onniscienza della nostra politica malsana, ma che non  fanno nulla per cambiare le cose.
L’invidia si alimenta sui social, così tremendamente democratici perché si può dire tutto a tutti, fregandosene se vai ad incrinare una certezza, allargando insicurezze.
Fa nulla, vige il sacrosanto diritto di sputare sentenze e critiche, illuminati dalla luce fioca del monitor.

Non c’è buon gusto, manca il rispetto, latita l’auto ironia. L’importante è parlare bene di se stessi, considerando persone di poco conto e incapaci di far bene gli altri.
E se per caso ti dovesse balenare per la tua adorabile testina il pensiero di  dire “bhe ma a me i cani non piacciono”, fermati per l’amor di dio. Non verresti capito lo sai no? Eppure tu che comprendi il legame d’un proprietario col suo cane, non puoi dirlo esplicitamente che dentro a te sta cosa non smuove.

Nel 2016 ci son stati 120 femminicidi. Negli ultimi 10 anni 1600 bimbi sono rimasti orfani di madre per questo. Brividi per questo genere di numeri. Sembra che a volte ci si improvvisi nella vita, confusi e deviati dalla propria rabbia che ti fa macchiare le mani di sangue.
Chi e dove e perché ha deciso che si può essere padroni della vita altrui? Restano nell’aria che respiriamo ogni giorno le urla e il dolore di queste donne, i pianti di questi bimbi.

Troppi drammi fustigano le famiglie, nel luogo dove tutto dovrebbe essere protetto ed accudito. Quante violenze fisiche e verbali, censurate al pubblico, si consumano in una casa?

Pochi giorni fa una donna mi disse “gente vien da me perché ridia a loro la vita di un tempo, cosa ne pensi?”. Penso che no, è illusorio, è utopistico promettere il passato. “Non lo rivorrò  mai un passato, seppur bello, che ha comunque generato un presente sofferto”.

Ruoli. Mai come in queste ultime settimane ho affrontato, volente o nolente, la gestione dei ruoli, a volte palesando una confusione degli stessi. E allora prendi un foglio bianco, una penna e provi a tracciare un bilancio, cercando di essere onesta nel scrivere frasi che ti fan male.

Altro giorno ho detto ad una persona “Mi sento confusa”. Nel mio ruolo di ‘stampella’, assunto un po’ recalcitrante ma dovuto. Il suo “non mollare ora” non mi conforta, vedo avanti me giorni di settimane e mesi di sacrificio. Convivo con la paura di sottrarre tempo al mio bene più prezioso, quel figlio che un perché grosso lo ha dato alla mia vita.

Certezze. Perché di fondo è così. Tutti le cerchiamo, tanti le vorrebbero scontate e dovute. Mi aggrappo a queste, consapevole che mai dovrò abusarne per non crearne dipendenza.

Cosa vorrei ? Poesia che chiedevo negli anni passati, parchi e villani in  tal senso. Ho chiuso porte con forza e determinazione,  a persone e situazioni che intendevano creare una propria esistenza a spese mie. No.
A chi mi ha giudicato, mal pensato e mal parlato, additato e offeso, svalutato e svenduto, posso solo dire che io ho la mia vita, che per fortuna, non è obbligata ad intersecarsi con la loro.
p&l
LaP

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ciao ciao 2016

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“E non ci vedremo più” penso sia questo il succo del mio 2016, dove ho chiuso parecchie porte, ovvero ho fatto prevalere (e giustamente) me stessa.
E’ volato relativamente in fretta l’anno appena chiuso, ha tolto e dato molto. Bene direi.

Ho conosciuto una caterva di persone, talune che sono scivolate nella mia mente senza darmi il tempo di afferrare il loro nome. Un bel gruppetto di esse il nome ce lo hanno lasciato, chi più o meno in evidenza. Bene dai.

Ho tolto le lenzuola dal mio letto, le ho lavate, fatte gocciolare appese al mio filo di vita. Asciugate insomma, pronte nuovamente.

Ho iniziate esperienze nuove che mi hanno beatamente palesato i miei limiti. Quando accade vado spesso in modalità “sfida”, ché non esiste per me di etichettare una cosa come impossibile se almeno non ci impantano per bene prima. Talune volte ci son riuscita, altre meno. Amen.

Ho visto sbocciare di giorno in giorno il pargolo che mi gira per casa, aumentare la nostra coesione mentale, soffermarmi senza che se ne accorgesse nelle sue espressioni mutevoli, dandomi ogni giorno una lettura nuova della sua crescita.

Che il 2017 mi sia lieto, e per davvero che ne ho davvero bisogno, riservandomi cose belle, basta scossoni. Per carità.
Buttare via, tagliare, levare, togliere sono attività così abituali al mio modo di essere e mai come nell’anno passato l’ho fatto, sollevandomi nelle mie libertà, come è giusto che ciascuna persona faccia sempre.
Ho impresso ancor meglio nella mia testa la parola rispetto, più che per me per il giusto delle cose. Ho socchiuso gli occhi su cose che non mi andavano a genio, ho tracannato birra come mai avrei pensato di essere in grado, ho mangiato più fuori che a casa, ho avuto molta compagnia. Tutto bene insomma.
Quel bene che poi mi fa apprezzare i miei momenti solitari, che mai mi abbandoneranno, che mi fanno crescere (migliorando o peggiorando).

Ricordo che nei primi mesi del 2016 mi auguravo “più poesia nella mia vita”. Mi sono improvvisata poetessa e me le sono scritte le mie rime, spingendomi oltre, sconfinando in situazioni che legali non sarebbero ma che a me fanno stare bene e a cui non rinuncerò.

E’ svolazzato l’atropo nella mia vita, non in senso lato, guai a chi me lo schiaccia
p&l

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Oggi è virtuale

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Perché spesso e volentieri che torno a casa, le ombre si sono già mangiate il giorno, l’aperitivo, la cena e tutto quanto.
Perché non raro che volutamente entro in casa facendo ben attenzione a non posare lo sguardo sul fornello in cucina, dove a fiamma lenta cuoce il mio essere mamma.

E così glielo tiro su uno spuntino, perché alle nove passate di sera non ho fantasie per una cena; mi avvio a far spola tra camera e bagno, intenta a spogliarmi e a mettere in ordine quel poco che non son riuscita a sistemare la mattina prima di uscire.
Perché sono una pigra maniacale. Ovvero non le vorrei mai fare le cose, ma ho la mania che la mattina non esco di casa se non è sistemata.

E mentre per cinque minuti tento di non chiudere gli occhi sul letto, perché devo preparare il sacco per la lavanderia del giorno dopo che a distanza di ore sta ancora in macchina, perché sì il tempo oggi lo avrei anche avuto, ma ne ho avuto di più di scuse per non andarci.
E mi annoio a far la lavanderia, semplice, ma domani devo assolutamente.

Proprio quando la mia palpebra tranciava le ombre dal mio viso, squilla il cellulare. Sapevo benissimo che ora era, non più tardi delle nove e mezza di ieri sera, ma la mia mente va in affanno quando strappata con violenza dalla suoneria.
Un mezzo giro, credo non di più, sul letto e acciuffo il cel, leggo il numero del chiamante: una delle poche persone che non mi infastidisce se e quando chiama, lasciando stare l’orario.
Una conversazione davvero breve, quel tanto che è bastato a farmi diventare gli occhi lucidi. No, non piango facilmente, credo d’aver una disfunzione ai dotti lacrimali, però non vuol dire che non mi commuova o che non prova umanità di sentimenti verso gli altri.

Vabbè forse sto amico ha saputo toccare le mie corde, forse sentirmi dire da lui che la prossima volta che so di rientrare tardi la sera io lo debba avvisare, perché mi cucina lui la cena e me la porta lui, in una pentola dentro una busta della spesa, fin sotto casa..
Mi commuovo col cibo cotto per me, tutto qua.

Sempre la vostra sola
ec

 

 

 

La mia prima volta

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Ebbene sì quest’anno, per la prima volta nella mia vita, sarò rappresentante dei genitori.
C’ho messo sedici anni a formulare sta scelta, non vi dico la serata della riunione dove gli altri genitori si accapigliavano per prendersi per primi la penna, onde evitare il ripensamento della candidatura.

Metà ha votato me, l’altra metà ha votato per l’altro povero cristiano che con me s’è immolato per questa ‘buona causa’ che ad inizio di ogni anno scolastico vede i genitori mettere in campo  mille manovre per schivarla. E di brutto.

Abbiamo ottenuto, io e l’altro genitore, un plebiscito. Scusate eh, ma io di sta cosa ne vado fiera, adoro le spaccature. Glissiamo che sto giro è stata una cosa forzata, il bello è stato vedere scomparire in fretta e furia ipotetici rosari che gli altri sgranavano quando è stata formulata la domanda “chi lo fa quest’anno?”.
Adorabile vedere gli sguardi incollati ad osservare la minima crepa sui muri, notare come mai non si fosse vista l’enorme lim (lavagna interattiva multimediale.. lo specifico che poi vi fissate a chiedere) che prende la sua grande fetta di parete.

Sì dai, un po’ me la sono goduta. Perché ero già entrata all’inizio della riunione sapendo che mi sarei proposta, perché incanalata in questo ‘compito’ da mio figlio che, altrettanto generosamente (ma quando mai), quest’anno s’è fatto rieleggere rappresentante di classe.

No, non siamo sindacalisti, lo facciamo perché va fatto, così è stabilito.
Sebbene io ritenga corretto le figure dei rappresentanti di classe (ovvero ben venga un ulteriore e preciso e puntuale ragguaglio tra studenti e docenti), trovo inutile quello dei genitori.

Ma inutile non perché non serva, anzi. Ma non saranno i 3/4 appuntamenti all’anno che potrà delineare o riportare l’andamento o il comportamento della classe ai noi genitori.
Per questo ci sono così tante e semplici modalità, esempio parlare (punzecchiare il proprio figlio), controllare il registro elettronico (dio lodi sto grande fratello che mi evita non pochi impicci e sono aggiornata sull’andamento di mio figlio, non della classe ovviamente).
E infine i colloqui genitori/docenti: lì hai il polso della situazione, lì sai come e quando agire.

Detto ciò, tornando un po’ seria, ma secondo voi che non me la merito una pacca sulla spalla?

Sempre e fiduciosamente, La Sola e Vostra.

 

pv

Vedo in te un mix di yogurt greco e scaglie di cioccolato

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Perfetto, così almeno contribuisco al transito intestinale.
Mi acconto di essere accostata alle scaglie di cioccolato. L’adorato cioccolato mi salva in ogni circostanza, placa il mio nervoso e mi capisce come nessun uomo ha mai saputo.

Capitano giornate così, dove non pensi mai di arrivare ad aver assaporato completamente la varietà del genere umano. Persone che per apparire, saltellano nella folla convinte di far notare la propria testa. Se ne escono con accostamenti, frasi, pensieri, opere e azioni che sarebbero state più apprezzate se condite di un buon sano silenzio.

Abbiamo, io e voi tutti signori cari, il vizio di accostare per immagini cose (persone) che si risultano inafferrabili. Ricorro spesso, io non so voi cari signori miei, nell’usare in modo -troppo rasente l’abuso- alle parole per riempire queste teste vuote.
Puoi dire di tutto, è come aprire il secchio dell’immondizia e vomitarci dentro quello che ti passa tra testa e pancia, avendo ben attenzione di non toccare il cuore.

Sono giorni fatti così, gli ultimi miei di queste ultime settimane mie, dense di parole, parole, parole e ancora parole. E nessun passo avanti compiuto. Anzi sì.
Ho cambiato modo di agire, specie nel lavoro, non mi contorco più in inutile ghirigori verbali, punto i miei piedi (anche in circostanze che vedrebbero calare più propriamente la zappa sui miei piedi).
Ma ho deciso di smetterla coi compromessi, col temporeggiare, col dilungarmi in decisioni future che mai potrei onorare.

Parole scritte che mi vengono naturali, che se le devo pronunciare mi troverei le labbra incollate, perché non riuscirei a sostenere lo sguardo.
Non riuscirei pensavo.
E invece l’ho fatto.

Detto ciò, cambiando decisamente argomento, senza risultare infinitamente acida come uno yogurt scaduto: andate a votare il 4 dicembre, fate la vostra scelta di coscienza e conoscenza, non fermatevi ai meri annunci che riempiono le Tv&C.
Ci sono molteplici eventi, sia dei Sì che dei No, singoli o a doppia presenza, dibattiti, confronti: andateci e fate la vostra scelta, nel nome d’un Paese nel nome di una lealtà civica propria.