Sangue macchiato

Quante volte ci siamo chiesti se quest’epoca che stiamo vivendo è la nostra.
Di certo non la mia.
Io son convinta che una mia precedente vita l’ho vissuta tra la fine dell’800 e i primi del 900. Fino al 1920 poi basta.
E in questo arco di tempo devo sicuramente aver lasciato la mia anima a girovagare, per venire ogni tanto a tirarmi le sottane della memoria, come a dirmi “Torna”.
Ma materialmente non posso, perché fisicamente sono legata a questo nuovo millennio, troppo frettoloso, che mi sballotta da un giorno all’altro, rendendomi non nervosa, ma di più.

Io son sicura che nelle mie vene scorre the macchiato, non col latte, ma col limone. Son sicura che se guardo a fondo nel  mio armadio trovo gli abiti lunghi fino alla caviglia e corsetti.
Corsetti a non finire, che si sposano bene col mio lato velatamente trasgressivo, che ti mandano le tette a sfiorare la gola, invitanti ai pochi eletti.
Non sento memoria di altra vita passata, se non questa, dove gli animi veri e ribelli hanno lasciato l’impronta nella strada del progresso. Di quelle donne che smettevano i panni delle miti e quiete massaie di casa, con alcuna traccia di cenere del focolare sulle guance.

Siamo nuvole che migrano, siamo farfalle che sostano, siamo pensieri che stagnano.
Finché non mi ricongiungerò con la mia anima, continuerò a essere una pellegrina, che salta di nuvola in nuvola, sbattendo queste ali, rompendo lo specchio dei miei pensieri.
Intanto cerco ogni ora possibile, o manciata di minuti che fossero, per chiudere gli occhi e lasciare libera la mente di rivivere i suoi momenti migliori.

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Il patibolo dell’umanità

Credere nell’umanità è la pratica meno diffusa mentre la condanni alla sua esecuzione.
Si contorce l’uomo, mangiando se stesso, pur con fare vittorioso sale quei gradini che lo conducono sul palco macchiato del suo stesso sangue.
Si esalta nel suo pubblico ammassato di sotto, con la lingua di fuori a raccogliere le gocce di sangue che filtrano al di sotto del palco.
E’ solo questo l’uomo? Vincitore nella sconfitta di un se stesso?

Come giudicate la morbosità della quale siamo tutti vittime?
Non so voi, ma quanto spesso e volentieri ho bisogno delle chiacchiere altrui per non pensare ai miei problemi. E il mio pormi con attenzione ai problemi altrui non fa scattare alcuna empatia, non registro né annoto nomi e situazioni.
La condanna peggiore è usare le vite altrui mentre vivi la tua, quasi a nasconderla a te stessa, più che agli altri.

E’ la paura del ridicolo che mi fa stare in difensiva nelle emozioni, paura della fregatura che ritengo scontata.
E’ l’egoismo atavico che non riesco mai a soffocare del tutto, senza voler nulla togliere agli altri, ma nulla concedendo.
Vivere la vita come fosse il gioco delle tre carte, in odore di imbroglio, con qualche complice inconsapevole che mi fa da spalla.
Sapendo che hai poco da barare, perché hai poca posta da giocarti. Eppure lo tenti ogni volta il bluff, spacciando una grandezza che non hai.

 

 

8 marzo: lezioni di vita da un adolescente a una adulta

 

Perché poi sti adolescenti si mettano in cattedra su tematiche che dovrebbero vedere me adulta quale depositaria dell’unica vera perla di saggezza, ancora non l’ho capito.
O ero io torda quando avevo la loro età, o sono più cinici di quello che si vuol pensare (questi adolescenti).
Quindi oggi mi son sorbita il chiacchiericcio un po’ stanco di due sedicenni e un diciottenne, tutti e tre maschi, che hanno paraculato alla grande la festa dell’8 marzo, mentre dalle loro bocche a forma di O uscivano frasi di masticate su come la donna (o parte di questa metà del cielo) festeggerà questa giornata , immaginandola a gozzovigliare tra corpi maschili, scivolosi d’olio, mentre con le  dita traccia infinite strade da un capezzolo all’altro (dell’uomo).
Piccoli uomini crescono nel giusto pensiero?
Anche sì, se effettivamente porteranno avanti la loro causa morale fin all’ipotetico giorno del loro addio al celibato, dove ne usciranno con l’ormone carico e il portafoglio vuoto.
Ma non hanno saputo dirmi granché su questo 8 marzo, ovvero mi hanno ribadito la causa di cui pure i muri sono maestri, ma delle battaglie sociali ed economiche che ne sono conseguite  mi hanno riferito gran poco.
E la colpa è imputabile anche a me, madre lavoratrice, se non ho instillato nella testolina del 16nne che gira per casa la curiosità a capire perché ogni anno si celebra l’8 marzo: pensavo che il mio esempio fattivo bastasse, ma giustamente come fanno loro a capire (figli del nuovo millennio) cosa come quanto è cambiata la situazione della donna?

Perché spesso e volentieri non l’ho capito nemmeno io. Perché ancora oggi, nel 2016, alla donna non viene riconosciuto il medesimo trattamento economico dell’uomo nel campo del lavoro. O le medesime  opportunità lavorative. O il fatto che se una donna ce l’abbia fatta sia grazie ad un sotterfugio sessuale.
E poi ti chiedi come mai quando certe donne arrivano all’apice del potere siano più carogne dei loro pari maschili.

Se potessi contare quanti mazzetti di mimosa ho racimolato nel corso della mia vita: pochi! E si vede che non ispiravano sessualmente (perché quando andavo alle medie i ragazzini davano sti fiori solo alle ragazze più carine) oppure oppure (rullo di tamburi) l’uomo ha capito fin da subito che era inutile illudere la donna sulle proprie capacità personali.
La donna lo sa da sola cosa e quanto può. Come ogni e qualsiasi essere umano di questa terra.

Però seppur c’è una grossa e ampia fetta del parterre femminile che dice “No, io la mimosa no”, l’8 marzo caccherà il cazzo ad un numero spropositato di amiche con messaggini, pannocchie gialle omni comprese, “tanti auguri donna magnifica” o roba del genere.
L’8 marzo, se mi volete fare un piacere, fatemi un bonifico, che c’ho figlio da mantenere e bollette da pagare.
E questo vale anche per i restanti giorni dell’anno.

mimose