Scattering di fine estate

red moon

A conti fatti, sempre meglio il lago, per me: non mi rende nervosa, non trovo granelli di sabbia ovunque, non esco dall’acqua con la pelle appiccicosa. Pure la gente è diversa: al lago più silenziosa, al mare più caciarona.

I momenti più belli di questo fine settimana?

La passeggiata sulla diga, al chiaro di luna.

Le assurde lezioni di inglese, con alcun termine che facesse realmente presa nella mia mente.

Il tempo passato in acqua a giocare con mio figlio.

E poi.

Ieri sera, poco prima di partire, qualche fotone c’ha regalato un saluto speciale: una luna leggermente arrossita, bassa nell’orizzonte, a dominare il silenzio della spiaggia vuota.

Gli ombrelloni chiusi e dritti, come soldatini, a sottolineare l’importanza del momento.

Avrei voluto restare lì, a non pensare, ad assaporare la grandezza della natura.

Questa è la spiaggia che volevo, che cercavo.

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Beo

Ieri sera, fine cena, fine lavaggio piatti-spazza per terra, ho fatto vedere per la prima volta a mio figlio questo blog.

Ha glissato sul perché “buona la quinta”, ha letto silenziosamente, ha sorriso nel riconoscere una faccia amica tra i commentatori, ha solamente detto “vuoi che ti do una sistemata alla grafica?”.

No, grazie, amore della mamma, lascia pure le tue zampe lontane dal mio blog, ma soprattutto dal mio pc.

Poi.

Ha fatto una cosa che mai dovrebbe sorprendere una madre: s’è alzato, parato di fronte a me e “vieni qua che ti do un abbraccio”.

Perché lui è parco nell’esternazione dei sentimenti, ma non nel produrli.  Da lui appresi la teoria dell’ossitocina, restando stritolata da un suo abbraccio per minimo venti secondi (tempo utile per cui il tuo organismo rilasci questo ormone, chiamato anche “ormone dell’amore”, abbatti lo stress, infondendo fiducia e tranquillità).

Non so che lavoro sto facendo con questo adolescente: è un percorso a due, dove per ora ci si tiene ancora per mano. Ma verrà il momento in cui lui la mano la staccherà e vorrà fare “da solo”.

I suoi quasi 16 anni, per ora, non mi spaventano, anzi, mi piacciono: sono sempre impacciata coi bimbi piccoli, non ho alcun stimolo a prenderli in braccio, far loro moine e versetti. Non concepisco la storpiatura degli adulti nel rapportarsi ai bimbi piccoli. Scarpetta, pappina, ditino, ma perché non usare le parole esatte, senza sembrare (noi adulti) dei cretini?

So di essere molto (troppo) accomodante con lui, a volte ci rifletto su sta cosa, ma poi. Ma poi nulla, riesce a farmi tirar fuori la dolcezza che raramente metto in campo.

Perché lui, è la mia famiglia.

Perché lui ha saputo accogliere la mia vita nella sua, le mie decisioni le ha incastrate con le sue richieste.

E quando a volte, per scherzare, gli dico “secondo me hanno scambiato le culle”, lo dico con quel misto di strano pensiero nato da “come puoi essere tu figlio mio?”. E lo dico nella speranza che non cambi mai, che continui così.

Lap&baldo

Te li ricordi i sogni?

Non mi turba che da un anno a sta parte, gli unici sogni che riaffiorano durante la giornata, siano quelli in cui mio papà è presente.

Così in carne ed ossa, nei sogni, che mi stupisco ancora di non poterci più discutere dal vivo.

Ho espresso questo stato d’animo a mia mamma, lei che solo il trovarsi in una stanza buia impazzisce. Lei che ancora dopo tutti sti mesi non si azzarda a provare distendersi sulla metà del letto che accoglieva papà, ogni sera.

M’ha chiesto cosa provo, quando lo sogno. Cosa mi dice, cosa fa.

Nulla, il sogno è mio, sono io che faccio recitare il ricordo di mio papà, nella mia personalissima sceneggiatura. E quando mi sveglio, sto bene.

E’ lui che manca a me, non viceversa.

Lacrime, per il momento, non ce sono più: ho solo la consapevolezza della sua mancanza. E dell’ultima volta che ci siamo parlati: il 22 agosto di un anno fa, due giorni dopo non c’era più.

Sono turbata dal personalissimo modo con cui ci siamo eternamente salutati? Potevo rispondere sì, fino a pochi mesi fa.

Ora non più, perché gli ultimi anni li abbiamo passati a discutere, sempre, in continuazione. Eppure eravamo l’uno, l’ombra dell’altra.

Scivolati senza saperlo in un rapporto alla pari, di persone adulte, dove ogni emozione era bandita: questo il nostro rapporto.

Eppure, mi trovo oro a quarantanni, dopo aver perso persone più o meno vicine, a vivere per la prima vera volta, il vero lutto.

E non servono a nulla le frasi di circostanza che ti dicono nei giorni a seguire “col tempo passa, devi metabolizzare”.

Vero nulla: passa nulla, metabolizzi ancor meno. Devi andare avanti, passare oltre. E il pensiero di quella persona non ti abbandona mai, in nessun giorno della tua vita.

Perché basta poco: un post it, con la colla ormai secca, che scivola fuori da un mucchio di carte, dove di suo pugno aveva scritto “a cura tua”.

M’è sembrata la beffa: a cura mia? Mai come in sti giorni, lo sento il peso di cosa devo fare.

Chiudere la sua posizione per lo stato: tasse e orpelli vari. Perché quando smetti di respirare, non è vero che muori subito. No.

Lo stato ti mette in una speciale camera di rianimazione, con la flebo inversa, attaccata direttamente alla sala prelievi. E se non puoi farlo personalmente, dato che ti trovi a tre metri sotto terra, con l’ombra dei tuoi cari che danno sollievo ai tuoi fiori in quest’estate davvero infernale, ci pensa il codice 07 d’una qualsiasi delega F24 a continuare a sborsare per te.

In quasi dodici mesi, ho avuto più da fare con tutti i cavilli burocratici d’una successione, che tempo per andare a mettergli un fiore fresco.

Prego per lui, seppur non ho certezza di dove sia, con chi sia, se ancora ci sia, non so dove. Ma così mi è stato insegnato da piccola.

Ma dicono che senza fede, le tue preghiere servano a ben poco: non importa, perché il più delle volte mi basta osservare la sua foto, tentare di immaginare un dialogo, che alla fine è solo un monologo silenzioso. Il mio.

Tra il parentado, che poco frequento, risulto essere quella che è passata indette dalla sua mancanza: e se fosse vero? E se gli altri avessero ragione?

Poco importa, alla fine, perché addio a una persona a cui tenevi molto (davvero), non lo dirai mai.

Sono resistente all’idiozia (fino un certo punto)

Mi devo ricredere.

Nel passaggio di piattoforma, dopo cinque anni di blogspot, avevo l’incertezza sullo spessore di wordpress. Perché leggiucchiando di qua e di la, bho vuoi per le impostazioni leggermente differenti, vuoi per il taglio meno informale dei vari blog, avevo il dubbio che wordpress fosse troppo per me.

Sono pratica, veloce, non amo soffermarmi sui finti commenti o pseudo letture giusto per un like in più: così mi sembrava che qua tutte queste bambinate non governassero l’incipit della scrittura (cosa che purtroppo non si è riscontrata).

Altra cosa di  blogspot erano i vari premi, che si passavano di mano da autore ad autore: solo mero marketing a costo zero, per cercare visibilità, maggior commentatori e bla bla (noto che pure qua non stiamo messi male eh).

Per fare un paragone, puramente soggettivo senza nulla voler togliere o nulla voler aggiungere, blogspot lo raffiguravo come il bar dell’angolo, dove entri e manco serve che ordini il caffé, che già te lo ritrovi sul bancone, bello caldo nella tazzina. Mi può andare bene la prima volta (la sorpresa ha sempre i suoi fattori positivi), la seconda volta cala la magia (risulta così scontato cosa voglio ordinare?), alla terza cambi bar.

Cambi bar e decidi di far vedere chi sei! Col cazzo che il tuo euro del caffé lo spendi con chi non lo apprezza! Così per far vedere a te stesso cosa sei, decidi di cambiare locale, ma proprio nel genere. Te ne entri in uno di quei locali fighi, che non capisci se è una mezza via tra un bar o un ristorante, non sai se avvicinandoti al bancone fai bene o fai male. Quindi ti siedi al primo tavolino e aspetti di fare la tua ordinazione. E aspetti, arriva finalmente il cameriere e ti sorprendi a guardare il suo sopracciglio alzato quando chiedi solo un caffè!

Bhe, io sempre un euro c’ho in tasca, sempre quello son disposta a spendere. Quando alla fine ti alzi e te ne esci dall’enigma del posto, ancora dubbiosa sul fatto che forse dovevi ordinare un’aragosta e champagne solo per placare lo sdegno del cameriere, ecco proprio in quel preciso istante hai deciso che domani ci ritorni in sto locale e ordinerai ancora un solo caffé. Perché il locale deve servire a me, non viceversa.

In sunto.

Mi son scrollata di dosso il dove scrivo, l’importante è che scrivo. Per me.

Son riuscita a far perdere le tracce di quei lettori/commentatori che mi risultavano sgraditi, nel loro modo di approcciarsi: mi stanno allegramente in culo coloro che invece di rispondere in pertinenza al post che ho scritto, rispondono al commento d’un altro lettore. No, ma grazie al cazzo, andate rompere le balle da un’altra parte.

Agosto, non parlatemi bene

Una costola incrinata, è il risultato d’un sabato lavorativo diverso.

Secondo le varie ispirazioni, ogni persona ti da la sua diagnosi, su ciò che ti è successo, senza visitarti, senza palpare lo sterno offeso.

M’è stato detto di ogni, inerente alla causa, ma nulla per alleviare il dolore.

diagnosi 1sono cose che capitano – mbé ovvio, trovo il qualunquismo dilagante in sta frase, tipica della persona egocentrica che pone il male degli altri ad un livello inferiore del proprio. Quando una di queste persone, però, si arreca una lievissima ferita, superficiale, di quelle che basta uno sputo per pulire, attacca il dramma, il piagnisteo.

diagnosi 2ma non potevi stare più attenta? – posso ribattere nulla a un’osservazione così acuta, perché ogni risposta che davo, avrebbe messo in risalto l’idiozia mia nel farmi male (tanto), con poco (o niente). Ma mi fa sorridere, perché la personcina che me lo ha detto, celava preoccupazione (la sua) per la salute (mia).

diagnosi 3potevi dirmelo che ti eri fatta male – col senno di poi, se ne dicono di cose. Non sono abituata ad aprire bocca, se non ho la vera certezza di aver bisogno di qualcuno. E fatico lo stesso a chiedere aiuto.

Ma quello che più m’ha infastidita, non è il dolore, né la maniera sciocca con cui mi sono fatta male.

Ma è risaputo, alle persone che più tengo vicino, che quando sto male, divento solitaria, non spiccico parola. E reagisco male alle persone che si incapricciano perché io sono laconica. Molto male.

So che ho bisogno di ferie, sono tre anni che non faccio ferie, ma pure quest’anno le vedrò mai. Perché il dio lavoro mi comanda, perché sento responsabilità sulle spalle. Quest’anno più che mai.

Questa la canzone che ho ascoltato, giovedì notte scorsa, in autostrada, di ritorno da un concerto. Chiusura giusta di un giorno speciale.