L’ignoranza di internet

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Scorre a fiume sulla tastiera l’onniscienza. Tutti sanno di tutto.
Non c’è risposta che non si trovi, non ci sono limiti alle domande che si pongono.
Padroni del sapere, poco avvezzi della forma, che sfondano le porte del pudore, entrando a gamba tesa nelle vite altrui, puntando dita e schioccando parole dure o critiche.
E’ questa l’ignoranza che dilaga su internet, scalciando la scala che gradino dopo gradino, salendola, pone agli occhi di ciascuno l’orizzonte sempre più vasto e ampio del limite del proprio non sapere.

Un ascensore umano, così vedo io internet. Pigiando di livello in livello sempre più alto, mentre tenta di elevarti nella cultura più ampia, ricca di nozioni e informazioni, ti porta sù nell’olimpo del non sapere.
Ai quanti svettano dal loro alto, naso puntato ancora più sù, ignari consapevoli di quanto non sanno e nel frattempo giudicano. Parole messe alla rinfusa, travasate nel monitor, speranzose di esser colte e viste come indice di una persona che può e che sa.

Ma quando incontri queste persone dal vivo, poni loro un dialogo umano e concreto, capisci che non riescono ad uscire dal labirinto della loro mente. Tutto resta lì, in quel monitor, in una realtà fin troppo fasulla.

Ecco perché adoro la mattina fermarmi al bar, prima di iniziare a lavorare. Appena messo piede inizia il bombardamento di suoni e voci, reali. Ed è così bello percepire i colori delle conversazioni, le ironie nascoste, lo sguardo del tipo sempre arroccato sullo sgabello vicino al bancone, il sorriso del ragazzo che puntualmente non manca di augurare una buona giornata, la ragazza conosciuta da poco con la quale si parla già di uscire a mangiare una sera.

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Quale figlia tardiva di internet, ricordo la confusione dei primi passi, tirata a destra e a manca dall’arroganza che pulsava sul monitor.
Eppure col tempo un po’ si scalfisce il tutto, mettendo in atto una giusta cernita che fa bene personalmente, bandendo quell’aggressività ritenuta deleteria, fucina di inutili contrasti e battibecchi.
Quale fruitrice di internet, navigo con un codice tutto mio, sempre meno a vista, finalizzato a mio scopo. Perché son stufa di credermi più brava e più colta citando le parole di altri. Se le cito è perché le sento affini a quel mio momentaneo momento. Un  oggi che il domani quasi spesso ripudia, ma un domani che senza ieri non potrebbe mai essere.

Come non capisco l’arroganza dei paladini delle opere di bene: se bene vuoi fare, fallo ma non giudicare da chi la pensa diversamente da te.
Scorrono immagini e petizioni di gatti e cani, come chi solo palesa il proprio interesse avesse a cuore il loro bene.
S’incrina di dolore un monitor all’ennesima immagine del bambino coperto dalle macerie, a sapere che spesso e volentieri chi lo fa è per mettersi in pace una coscienza che colpe non ha, ma che vuol risultare splendida e caritatevole.
Non esiste la carità su internet, esiste la sua esposizione.

 

Divorziare e crescere un figlio. Si può

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Che ti giri che ti volti, senti storie di coppie che si separano con un dilanio tale che inficiano il progetto educativo e di crescita della prole.
In parole povere, figli usati come strumento di tortura nei confronti dell’altro (ex coniuge). Figli che teoricamente o si rafforzano o si perdono.

E noi due, madre e padre di lui, ti senti chiedere mentre l’inchiostro con cui abbiamo siglato il nostro ricorso per il divorzio “Mi piacerebbe che vostro figlio venisse in tribunale – a dirlo lui, il nostro avvocato – Per una volta avrei piacere che il giudice vedesse un figlio che i genitori li ha, indipendentemente dal percorso di vita separato che hanno preso”.

Sia ben chiaro, io e il mio prossimo ex marito, ne abbiamo fatta di strada per arrivare a questa meta, faticando un po’, talune volte mordendosi la lingua. Ma il merito va a questo nostro figlio, che funge da collante eterno tra noi. Così uguale e dissimile a noi, così fin troppo maturo. Ma così sembra essere: i figli di separati “invecchiano” prima, di testa.
Sto dando molta carta bianca a loro due, perché l’età del mio bimbo richiama a voce silente la figura del padre.
Che poi ci scappa, solo a pensare 16 anni fa, sto frugolo piagnucoloso che appena vedeva i nostri visi, distendeva un magnifico sorriso a zero denti.
Amo questo mio figlio, vedo in lui la roccia che non sono. Un bene immenso e inesauribile al mio ex, ancora confidente di certi miei pensieri.

Divorziare si può, senza fare disastri.

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un 28 che mi manca

Ne abbiamo passati tanti assieme, di 28 giugno, tutti quelli tuoi.
E un giorno sei soffiato via, tra i mille venti, gonfiando la mia vela fino a strapparla.
Non hai scompigliato i miei capelli, mai.
Il controllo emotivo che era tuo, lo hai lasciato in una eredità pesante a me. Troppo.
Fino a stamane quando ancor prima di leggere la memo mai cancellata “compl. papà” sapevo già. E la vela s’è strappata.
Averti qua ora. Come avrei bisogno, ora come non mai, di quella tua presenza solida e silenziosa che intuiva i miei problemi e allo stesso tempo non ti permettevo ingerenze.
Troppi sbagli passati, che rendono ora sempre più forti le mie decisioni, convinta del tuo pensiero “libero e non schiavo”.

Questi due anni mi hanno invecchiata, tanto troppo, lo dice lo specchio al mio viso, lo dicono le persone al mio sguardo. Eppure balla ancora dentro me quello che ero.
Ci prova ogni tanto a buttar fuori l’anima, ma si svende in uno spettacolo sciocco rasente la falsità.
Lui, pur contestandolo, affrontandolo, litigandoci come due in preda alle convulsione, era la mia guida.
Lui così fortemente schivo, dentro e fuori. Io così debolmente schiva dentro, lo manifesto solo.
Due caratteri che hanno segnato gli umori in famiglia, due che facevano squadra quando uno veniva attaccato dall’esterno.
Mi manca il gioco di squadra, di chi a spada tratta cala la mia difesa, pur che la sera prima che ognuno prendesse la strada di casa proprio, a conti fatti non ci si risparmiava nel dirci cosa e dove si sbagliava.
Ho smesso di litigare con le persone da quando lui non c’è più. Lascio scorrere. Si chiama apatia? Si chiama che io di energie per gli altri non le spreco più.

Auguri papà.

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Parole vecchie ma mai abbastanza

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E poi guizzare come topi nella metro
E tornare a casa, stanca, sudata ma serena.

Ho preso coscienza che cammino in un mondo di gente, a occhi bendata, affidandomi ai restanti sensi, che mi prendono in giro, lasciandomi  un gusto amaro.
Come Alice do la caccia ai conigli.
E cocciutamente non riesco a chinare la testa, per egoismo all’epoca, per voglia di sentire il vento tra i capelli ora.
(lui) sei diventata molto tollerante ultimamente, cosa che ero io una volta
(io) dici che sono tollerante?
Non è tolleranza, è voglia di non pensarci, di non affannarmi, di non caricarmi.
(lui) sei anche troppo furba
(io) già hai ragione te
La gente ha sempre ragione no? Sulle cose altrui è così obiettiva, così sagace.
Siamo tutti psicologi, tutti avvocati, tutti così bravi con la vita altrui.
Siamo tutti puttane a mio avviso.

Parole vecchie ma mai abbastanza

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Io Lago

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Quante volte scivola sulla lingua con lo schiocco sul palato e lo fa proferire tra i denti?
Lago.
Un luogo, una circostanza, un sospiro.
Pronunciare la parola “lago” è il segnale di partenza di un viaggio, di attese e di emozioni.
Uno specchio che cattura il cielo nell’evoluzione dei suoi colori, che abbraccia con le sue coste alte e dure. Che  fa sentire sicura.

Lago, contenitore di piacere e di abbandono, a occhi chiusi con parole amiche che ti solleticano la mente, che ti accarezzano. Sunto di vita e di riflessioni, che posa una mano pacifica sulla mia testa e mi tranquillizza.
In riva al lago il gioco complice del sole allunga le ombre delle persone che vigilano, che nei miei difetti han trovato spunto di risate, senza giudicare.

Lago, vastità di piacere  di quella che ti scalda l’interno coscia, ti fa abbandonare la testa sul cuscino, col corpo e la mente in resa totale, mentre cola .

Quanti modi di fare mio il lago, luogo mio che ho tramandato a mio figlio, sposandone la sua natura introspettiva. Socchiude e stringe gli occhi mentre afferra il sasso che andrà a romperne la calma, in cerchi progressivi che s’allargano, come sarà il suo futuro.10626807_305109949682035_8265095967831952892_n

Io, jeans e sneakers. Tra cda e blogger

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“Presidente firmi qua”
C’ho messo una manciata di secondi a capire che stavano parlando a me. Un ruolo che mi succhia la simpatia.

A chi mi chiede come sono stati questi due ultimi anni rispondo “Hai presente un treno in corsa? All’interno di una galleria buia? Ecco questi i miei due ultimi anni”.

Sì vedo, finalmente spiragli di luce, mi tocco le balle che ninsammi che qualche gufo ci pensi bene a caccarmi sulle spalle. Che presto le vorrò svestire, se la stagione calda si decide di avanzare.

Nel frattempo gozzoviglio nel mio mondo, fatto di parole scritte, lette da sconosciuti. Eppure andando contro alla mia prerogativa massima “non voglio cazzi nella mia vita” mi son data da fare in questi anni di blogger a conoscere le persone che ritenevo più affini a me. Arrivate a me, io arrivata a loro, da tutta Italia.
Con poche di esse ho un legame quasi viscerale, fanno parte della mia vita, seppur con la mano accarezzi solo virtualmente il loro bel culo, ma ci sono, ci siamo ogni giorno per noi.
E tra poco li rivedrò.

Che poi ti dai da fare, chiami pure lui in quel di Puglia, memore delle chiacchierate fatte nella abbandonata stazione dei treni di Gallarate, tra una sigaretta e l’altra, lasciando passare il regionale dicendosi “prendiamo quello dopo”. E sentirmi rispondere “faccio fatica a esserci” Io non la accetto come risposta. Deve prendere quel cavolo di un aereo “ti vengo prendere all’aeroporto” con un suo “davvero faccio fatica”. Domani riprendo col mio pressing.
Che poi contatti lui, il milanese, sapendo già che canna l’invito, ma il gusto mio è di veder la sua risposta. Perché di fondo un po’ gli dispiace, non tanto per me, ma per la compagnia che sarà con me, quei blogger cazzoni quanto me, veri più di me, che hanno saputo accettarmi. Diversamente non potrebbero fare.

 

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Oltre le stelle, c’è un posto migliore

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Chiedilo a Marilyn
quanto l’apparenza inganna
e quanto ci si può sentire soli
e non provare più niente
non provare più niente
e non avere più niente
da dire.

(Brunori Sas – Kurt Cobain)

Scoperta poco meno di due anni fa questa canzone, accoccolata in una carrozza del freccia bianca, viso appoggiato al finestrino, persa nella mia immagine estranea riflessa e il panorama che filava via veloce.

Ci sono certe ciclicità che inderogabilmente tornano, mentre pensavi di averle accantonate.

Il Capitolo 7 è stato vissuto, vado per il Capitolo 9.
Sull’8 che dire, è andato tutto come previsto.
E mi rendo conto che se per certi versi il mio lavoro mi da ampio spazio, per altri mi va proprio un po’ stretto.

un Lunedì

Capitolo 1
Mi son svegliata con mesti propositi stamane, capita quando mi prendo un po’ sotto, ma ci son troppe cose che sto affrontando ultimamente, mentre altre le dribblo con grazia discutibile.
Capitolo 2
Molti recenti contatti pungolano il mio quotidiano e io alla mia curiosità non so mai dir di no, quindi son più fuori che in casa.
Capitolo 3
Lo “smettila di fumare” di mia mamma mi spinge sistematicamente ad accendere una nuova sigaretta, anche se in quel frangente non avevo voglia di fumare.
Capitolo 4
Vorrei che domani fosse il mio compleanno per potermi tranquillizzare dicendo “anche quest’anno è fatta”, scivolando quel giorno nell’indifferenza più totale che presto alle ricorrenze.
Capitolo 5
So che oggi finirò tardi, ma non è un pensiero, tantomeno un problema, so solo che ho bisogno di un po’ di solitudine mia, dove le parole tardano ad arrivare e i pensieri decantano.
Capitolo 6
Vorrei saper scrivere di emozioni che leggo nei visi altrui, carpendo le loro intime voci.

Nel frattempo che vivrò il Capitolo 7, presto attenzione al Capitolo 8 che vedrà me seduta a un ristorante in una cena di lavoro, fortemente richiesta dall’ospite e che fortemente pagherà in soldi. Gli passerò stasera il link della location prescelta, assieme a un riferimento di una pratica di lavoro che voglio acquisire.

Perché il lavoro è sì passione, ma altro non è che un giro di contatti e di soldi.

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Ho fatto tardi con la vita

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Disattesi troppi appuntamenti importanti che non pensavo mi avrebbero cambiata la vita.
Lo faccio ora, nell’incoscienza più assoluta.
L’ho fatto anni fa.
5, 4 anni fa, non ero così. Ero diversa, ma sempre io, calata in una parte anche bella, brillante, stacanovista, puntuale, che mai lasciava amaro in bocca agli altri.
Poi.
Ho detto nulla, fatto molto. Mi sono lanciata in un percorso sentimentale tutto mio.
Si chiama egoismo.
Eppure me lo coccolo ogni santo giorno il mio egoismo, quando gente attorno a me prova ad imbrigliarmi ancora. E allora saltello, scappo via non molto lontano, mi sposto cambiando posizione. Ma sempre io.

E’ stata una rigenerazione, sono nata una seconda volta. E ho pianto molto in quella mia solitudine che tanto avevo cercato. Ho trovato persone che me le hanno asciugate le lacrime, passando un dito sulle mie guance. Persone che non si sono limitate a questo, che non hanno profittato di quella fragilità di nuova vita. La mia.

Ho fatto tardi con la vita, e col cavolo che  me ne pento.  Ho respirato aria nuova e sporca nelle stazioni dei treni, col cuore che scoppiava dentro, correndo per non perderli. Ho imparato a non avere paura della gente, a sentirmi a casa in mezzo alla folla sconosciuta, a dar parola agli sconosciuti. Ho fatto casa mia stanze di alberghi, bettole inclassificabili, ho fatto tardi la notte nelle città poco illuminate,assorbendone ogni vibrazione. Ho memorizzato, ho ascoltato, tanto e mai troppo. Ho preso fregature e non me ne sono pentita, perché erano scelte mie.

Ho conosciuto Alice, l’avevo spinta nel suo mondo, lei m’ha ripresa e buttata nel suo.

treno

foto di LaP

 

Scende lo spirito

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Sono alla pompa di benzina, finisco di fare rifornimento e mi si avvicina uno sconosciuto che è appena uscito dal bar della stazione di servizio.
“Come va? Volevo dirti che hai due occhi che sono due mandorle”.
Lo guardo e devo alzare il viso per farlo, mi sovrasta d’un bel po’, cappello riccio rosso, occhi nocciola-verdi.
O almeno credo sia questo il loro colore, perché mi soffermo a guardagli le guance con le venette rosse in evidenza.
Sospiro, sorrido di quel sorriso aziendale di circostanza e non faccio a tempo a dire ‘a’ che lui continua “madonna santa hai un sorriso che uccide, ti guardavo prima dal bar”.

Domanda, perché quando trovo un giovine che prende coraggio nel venirmi a conoscere, questo è appena andato alla fonte a ispirarsi? Provo ad avvicinarmi per annusargli l’alito, lui fraintende ma a me non interessa quello che lui pensa.
Lui allunga la mano e la posa sul mio braccio, gliela afferro e finalmente riesco a inserire un mio discorso nel suo monologo “scusa, ma ci conosciamo?”

Non lo avessi mai fatto, che parte il disco rotto “ti pare che se ti conoscevo prima non avrei spaccato il mondo perché tu fossi la mia donna? e bla bla bla..”
Apprezzo lo spirito d’animo, seppur alcolico, ma il fatto di catalizzarne l’attenzione ci sono giorni che reggo bene, giorni no.

In vino veritas, sempre.

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