Io, jeans e sneakers. Tra cda e blogger

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“Presidente firmi qua”
C’ho messo una manciata di secondi a capire che stavano parlando a me. Un ruolo che mi succhia la simpatia.

A chi mi chiede come sono stati questi due ultimi anni rispondo “Hai presente un treno in corsa? All’interno di una galleria buia? Ecco questi i miei due ultimi anni”.

Sì vedo, finalmente spiragli di luce, mi tocco le balle che ninsammi che qualche gufo ci pensi bene a caccarmi sulle spalle. Che presto le vorrò svestire, se la stagione calda si decide di avanzare.

Nel frattempo gozzoviglio nel mio mondo, fatto di parole scritte, lette da sconosciuti. Eppure andando contro alla mia prerogativa massima “non voglio cazzi nella mia vita” mi son data da fare in questi anni di blogger a conoscere le persone che ritenevo più affini a me. Arrivate a me, io arrivata a loro, da tutta Italia.
Con poche di esse ho un legame quasi viscerale, fanno parte della mia vita, seppur con la mano accarezzi solo virtualmente il loro bel culo, ma ci sono, ci siamo ogni giorno per noi.
E tra poco li rivedrò.

Che poi ti dai da fare, chiami pure lui in quel di Puglia, memore delle chiacchierate fatte nella abbandonata stazione dei treni di Gallarate, tra una sigaretta e l’altra, lasciando passare il regionale dicendosi “prendiamo quello dopo”. E sentirmi rispondere “faccio fatica a esserci” Io non la accetto come risposta. Deve prendere quel cavolo di un aereo “ti vengo prendere all’aeroporto” con un suo “davvero faccio fatica”. Domani riprendo col mio pressing.
Che poi contatti lui, il milanese, sapendo già che canna l’invito, ma il gusto mio è di veder la sua risposta. Perché di fondo un po’ gli dispiace, non tanto per me, ma per la compagnia che sarà con me, quei blogger cazzoni quanto me, veri più di me, che hanno saputo accettarmi. Diversamente non potrebbero fare.

 

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Oltre le stelle, c’è un posto migliore

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Chiedilo a Marilyn
quanto l’apparenza inganna
e quanto ci si può sentire soli
e non provare più niente
non provare più niente
e non avere più niente
da dire.

(Brunori Sas – Kurt Cobain)

Scoperta poco meno di due anni fa questa canzone, accoccolata in una carrozza del freccia bianca, viso appoggiato al finestrino, persa nella mia immagine estranea riflessa e il panorama che filava via veloce.

Ci sono certe ciclicità che inderogabilmente tornano, mentre pensavi di averle accantonate.

Il Capitolo 7 è stato vissuto, vado per il Capitolo 9.
Sull’8 che dire, è andato tutto come previsto.
E mi rendo conto che se per certi versi il mio lavoro mi da ampio spazio, per altri mi va proprio un po’ stretto.

un Lunedì

Capitolo 1
Mi son svegliata con mesti propositi stamane, capita quando mi prendo un po’ sotto, ma ci son troppe cose che sto affrontando ultimamente, mentre altre le dribblo con grazia discutibile.
Capitolo 2
Molti recenti contatti pungolano il mio quotidiano e io alla mia curiosità non so mai dir di no, quindi son più fuori che in casa.
Capitolo 3
Lo “smettila di fumare” di mia mamma mi spinge sistematicamente ad accendere una nuova sigaretta, anche se in quel frangente non avevo voglia di fumare.
Capitolo 4
Vorrei che domani fosse il mio compleanno per potermi tranquillizzare dicendo “anche quest’anno è fatta”, scivolando quel giorno nell’indifferenza più totale che presto alle ricorrenze.
Capitolo 5
So che oggi finirò tardi, ma non è un pensiero, tantomeno un problema, so solo che ho bisogno di un po’ di solitudine mia, dove le parole tardano ad arrivare e i pensieri decantano.
Capitolo 6
Vorrei saper scrivere di emozioni che leggo nei visi altrui, carpendo le loro intime voci.

Nel frattempo che vivrò il Capitolo 7, presto attenzione al Capitolo 8 che vedrà me seduta a un ristorante in una cena di lavoro, fortemente richiesta dall’ospite e che fortemente pagherà in soldi. Gli passerò stasera il link della location prescelta, assieme a un riferimento di una pratica di lavoro che voglio acquisire.

Perché il lavoro è sì passione, ma altro non è che un giro di contatti e di soldi.

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Ho fatto tardi con la vita

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Disattesi troppi appuntamenti importanti che non pensavo mi avrebbero cambiata la vita.
Lo faccio ora, nell’incoscienza più assoluta.
L’ho fatto anni fa.
5, 4 anni fa, non ero così. Ero diversa, ma sempre io, calata in una parte anche bella, brillante, stacanovista, puntuale, che mai lasciava amaro in bocca agli altri.
Poi.
Ho detto nulla, fatto molto. Mi sono lanciata in un percorso sentimentale tutto mio.
Si chiama egoismo.
Eppure me lo coccolo ogni santo giorno il mio egoismo, quando gente attorno a me prova ad imbrigliarmi ancora. E allora saltello, scappo via non molto lontano, mi sposto cambiando posizione. Ma sempre io.

E’ stata una rigenerazione, sono nata una seconda volta. E ho pianto molto in quella mia solitudine che tanto avevo cercato. Ho trovato persone che me le hanno asciugate le lacrime, passando un dito sulle mie guance. Persone che non si sono limitate a questo, che non hanno profittato di quella fragilità di nuova vita. La mia.

Ho fatto tardi con la vita, e col cavolo che  me ne pento.  Ho respirato aria nuova e sporca nelle stazioni dei treni, col cuore che scoppiava dentro, correndo per non perderli. Ho imparato a non avere paura della gente, a sentirmi a casa in mezzo alla folla sconosciuta, a dar parola agli sconosciuti. Ho fatto casa mia stanze di alberghi, bettole inclassificabili, ho fatto tardi la notte nelle città poco illuminate,assorbendone ogni vibrazione. Ho memorizzato, ho ascoltato, tanto e mai troppo. Ho preso fregature e non me ne sono pentita, perché erano scelte mie.

Ho conosciuto Alice, l’avevo spinta nel suo mondo, lei m’ha ripresa e buttata nel suo.

treno

foto di LaP

 

Scende lo spirito

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Sono alla pompa di benzina, finisco di fare rifornimento e mi si avvicina uno sconosciuto che è appena uscito dal bar della stazione di servizio.
“Come va? Volevo dirti che hai due occhi che sono due mandorle”.
Lo guardo e devo alzare il viso per farlo, mi sovrasta d’un bel po’, cappello riccio rosso, occhi nocciola-verdi.
O almeno credo sia questo il loro colore, perché mi soffermo a guardagli le guance con le venette rosse in evidenza.
Sospiro, sorrido di quel sorriso aziendale di circostanza e non faccio a tempo a dire ‘a’ che lui continua “madonna santa hai un sorriso che uccide, ti guardavo prima dal bar”.

Domanda, perché quando trovo un giovine che prende coraggio nel venirmi a conoscere, questo è appena andato alla fonte a ispirarsi? Provo ad avvicinarmi per annusargli l’alito, lui fraintende ma a me non interessa quello che lui pensa.
Lui allunga la mano e la posa sul mio braccio, gliela afferro e finalmente riesco a inserire un mio discorso nel suo monologo “scusa, ma ci conosciamo?”

Non lo avessi mai fatto, che parte il disco rotto “ti pare che se ti conoscevo prima non avrei spaccato il mondo perché tu fossi la mia donna? e bla bla bla..”
Apprezzo lo spirito d’animo, seppur alcolico, ma il fatto di catalizzarne l’attenzione ci sono giorni che reggo bene, giorni no.

In vino veritas, sempre.

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Sangue macchiato

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Quante volte ci siamo chiesti se quest’epoca che stiamo vivendo è la nostra.
Di certo non la mia.
Io son convinta che una mia precedente vita l’ho vissuta tra la fine dell’800 e i primi del 900. Fino al 1920 poi basta.
E in questo arco di tempo devo sicuramente aver lasciato la mia anima a girovagare, per venire ogni tanto a tirarmi le sottane della memoria, come a dirmi “Torna”.
Ma materialmente non posso, perché fisicamente sono legata a questo nuovo millennio, troppo frettoloso, che mi sballotta da un giorno all’altro, rendendomi non nervosa, ma di più.

Io son sicura che nelle mie vene scorre the macchiato, non col latte, ma col limone. Son sicura che se guardo a fondo nel  mio armadio trovo gli abiti lunghi fino alla caviglia e corsetti.
Corsetti a non finire, che si sposano bene col mio lato velatamente trasgressivo, che ti mandano le tette a sfiorare la gola, invitanti ai pochi eletti.
Non sento memoria di altra vita passata, se non questa, dove gli animi veri e ribelli hanno lasciato l’impronta nella strada del progresso. Di quelle donne che smettevano i panni delle miti e quiete massaie di casa, con alcuna traccia di cenere del focolare sulle guance.

Siamo nuvole che migrano, siamo farfalle che sostano, siamo pensieri che stagnano.
Finché non mi ricongiungerò con la mia anima, continuerò a essere una pellegrina, che salta di nuvola in nuvola, sbattendo queste ali, rompendo lo specchio dei miei pensieri.
Intanto cerco ogni ora possibile, o manciata di minuti che fossero, per chiudere gli occhi e lasciare libera la mente di rivivere i suoi momenti migliori.

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Il patibolo dell’umanità

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Credere nell’umanità è la pratica meno diffusa mentre la condanni alla sua esecuzione.
Si contorce l’uomo, mangiando se stesso, pur con fare vittorioso sale quei gradini che lo conducono sul palco macchiato del suo stesso sangue.
Si esalta nel suo pubblico ammassato di sotto, con la lingua di fuori a raccogliere le gocce di sangue che filtrano al di sotto del palco.
E’ solo questo l’uomo? Vincitore nella sconfitta di un se stesso?

Come giudicate la morbosità della quale siamo tutti vittime?
Non so voi, ma quanto spesso e volentieri ho bisogno delle chiacchiere altrui per non pensare ai miei problemi. E il mio pormi con attenzione ai problemi altrui non fa scattare alcuna empatia, non registro né annoto nomi e situazioni.
La condanna peggiore è usare le vite altrui mentre vivi la tua, quasi a nasconderla a te stessa, più che agli altri.

E’ la paura del ridicolo che mi fa stare in difensiva nelle emozioni, paura della fregatura che ritengo scontata.
E’ l’egoismo atavico che non riesco mai a soffocare del tutto, senza voler nulla togliere agli altri, ma nulla concedendo.
Vivere la vita come fosse il gioco delle tre carte, in odore di imbroglio, con qualche complice inconsapevole che mi fa da spalla.
Sapendo che hai poco da barare, perché hai poca posta da giocarti. Eppure lo tenti ogni volta il bluff, spacciando una grandezza che non hai.

 

 

8 marzo: lezioni di vita da un adolescente a una adulta

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Perché poi sti adolescenti si mettano in cattedra su tematiche che dovrebbero vedere me adulta quale depositaria dell’unica vera perla di saggezza, ancora non l’ho capito.
O ero io torda quando avevo la loro età, o sono più cinici di quello che si vuol pensare (questi adolescenti).
Quindi oggi mi son sorbita il chiacchiericcio un po’ stanco di due sedicenni e un diciottenne, tutti e tre maschi, che hanno paraculato alla grande la festa dell’8 marzo, mentre dalle loro bocche a forma di O uscivano frasi di masticate su come la donna (o parte di questa metà del cielo) festeggerà questa giornata , immaginandola a gozzovigliare tra corpi maschili, scivolosi d’olio, mentre con le  dita traccia infinite strade da un capezzolo all’altro (dell’uomo).
Piccoli uomini crescono nel giusto pensiero?
Anche sì, se effettivamente porteranno avanti la loro causa morale fin all’ipotetico giorno del loro addio al celibato, dove ne usciranno con l’ormone carico e il portafoglio vuoto.
Ma non hanno saputo dirmi granché su questo 8 marzo, ovvero mi hanno ribadito la causa di cui pure i muri sono maestri, ma delle battaglie sociali ed economiche che ne sono conseguite  mi hanno riferito gran poco.
E la colpa è imputabile anche a me, madre lavoratrice, se non ho instillato nella testolina del 16nne che gira per casa la curiosità a capire perché ogni anno si celebra l’8 marzo: pensavo che il mio esempio fattivo bastasse, ma giustamente come fanno loro a capire (figli del nuovo millennio) cosa come quanto è cambiata la situazione della donna?

Perché spesso e volentieri non l’ho capito nemmeno io. Perché ancora oggi, nel 2016, alla donna non viene riconosciuto il medesimo trattamento economico dell’uomo nel campo del lavoro. O le medesime  opportunità lavorative. O il fatto che se una donna ce l’abbia fatta sia grazie ad un sotterfugio sessuale.
E poi ti chiedi come mai quando certe donne arrivano all’apice del potere siano più carogne dei loro pari maschili.

Se potessi contare quanti mazzetti di mimosa ho racimolato nel corso della mia vita: pochi! E si vede che non ispiravano sessualmente (perché quando andavo alle medie i ragazzini davano sti fiori solo alle ragazze più carine) oppure oppure (rullo di tamburi) l’uomo ha capito fin da subito che era inutile illudere la donna sulle proprie capacità personali.
La donna lo sa da sola cosa e quanto può. Come ogni e qualsiasi essere umano di questa terra.

Però seppur c’è una grossa e ampia fetta del parterre femminile che dice “No, io la mimosa no”, l’8 marzo caccherà il cazzo ad un numero spropositato di amiche con messaggini, pannocchie gialle omni comprese, “tanti auguri donna magnifica” o roba del genere.
L’8 marzo, se mi volete fare un piacere, fatemi un bonifico, che c’ho figlio da mantenere e bollette da pagare.
E questo vale anche per i restanti giorni dell’anno.

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Slave

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Avere sedici anni e pensare ai quaranta, mi dava sensazione di infinito.
Eppure sono volati, tra un matrimonio, un figlio, un lavoro e tante tante altre cose che, per mia natura, menziono ai soliti pochi.
Cosa mi ha formato di più? Tutto.
E col tutto do grandissima importanza a quelle cose vissute e mai dette.

Sono le varianti di una vita ordinaria che caratterizzano una persona: mai e poi mai ho creduto all’immagine che gli altri mi hanno venduto di se stessi. Ho sempre sondato, cercando il loro vero nucleo, se nel caso le persone destavano una curiosità particolare in me.
E ho appreso da queste mie personali ricerche, imparato a prevenire atteggiamenti e comportamenti, lasciando loro credere che mi stavo bevendo la loro personalità di facciata.

Ha portato risvolti? Ovvio che sì, non sempre piacevoli.
Perché chi va con lo zoppo impara a zoppicare, no? Però quanto è bella l’umanità tutta?
Cosa sarebbe l’umanità, ora, senza le esperienze altrui passate?
Non avremmo avuto evoluzione, non avremmo avuto cultura. Non avremmo avuto quello che noi siamo, tra pregi e difetti.

Quindi, è valido sacrificare le energie dei pochi per il bene dei molti?
Maggior parte risponderanno di sì, io pure ho risposto così.
Quindi è giustificabile la società schiavista, con l’impiego a sfruttamento di persone ridotte alla disumanizzazione, per contribuire all’accrescimento della società tutta?
No.
Però mi dà da pensare questo ciclico pensiero: la spinta ,che ha avuto la storia dell’umanità, contribuita dall’annientamento, fisico e psichico, di persone.
Uomini, donne e bambini considerati uno zero, che producevano il mille.

Così abituati ad associare il termine di schiavitù alla manodopera persa e dispersa tra le piantagione di cotone e tabacco, ovvero come bestie da soma a trainare le pietre che resero magnifico l’Egitto (seppure i greci abbiamo calcato la mano nel riportarci le notizie).

Ma la schiavitù non è finita: è implicita nell’evoluzione, no?
Sono cambiati gli scenari, ma non sono cambiati i modi: un ricco traffico si snoda tra le strade del sesso, bambini e donne offerti come merce, in un’obbligazione che mai avevano cercato. Che in pochi riscatteranno.

Torno ai miei sedici anni, dopo tutto mi sembrava tremendamente facile, nel mio ordinario quotidiano. Dove la costrizione più grande, dei grandi, era “zitta, vedi di non dare fastidio”.
La costrizione più grande, ora da quarantenne, è dire a un sedicenne “scappa da questo mondo”.
Ma sono, seppur in piccolissima parte, pure io responsabile del mondo che stiamo offrendo ai nostri giovani.
Credevo fortemente che l’appartenenza sociale, fosse un vanto, un senso di libertà.
Ci ho sperato, molto, con andamento calante man mano che diventavo adulta.
L’affanno dei miei tempi andati, non ha ammorbidito la gente, perché le persone non hanno tempo. Tutto corre veloce, in giri pazzi, come quelli impressi ad una pallina da flipper.

Il gioco del potente e del sottomesso, non avrà mai fine.
E la felicità di una persona, per il suo status da slave, la concepisco solamente se praticata tra le lenzuola. Al di fuori di esse no.

 

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Try and rebuild it

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Il bello di scrivere qua è che cestino bozze a manetta. Ovvero scrivo per me stessa, lascio lì un paio di giorni, torno a leggere e penso “che cretinata ho scritto?”.

E’ un guazzabuglio di pensieri (ultimamente) e di emozioni e di esperienze. E’ che vorrei tanto far la sciantosa, magari un po’ riesce, ma metterlo nero su bianco spengo ogni luce di ribalta.

Tant’è.

Unico evento che spicca in questa mia vita monotona è di stamane: stavo al bar, mangiando (molto) felicemente la brioche con la marmellata, chiacchierando col gestore su quali banche siano più o meno affidabili al momento, quando entra un ragazzo, alto alto, carino carino, ma quello che più aveva di bello era lo sguardo, sorridente e scuro, da buono (oltre che figo) insomma.

Il ragazzo chiede alla barista se ha una brioche col cioccolato, la tipa risponde di no e morta lì.

Rewind

Ieri ero sempre (casualmente) in questo bar, c’era il loro fornitore che stava compilando l’ordine… allungando l’occhio vedo  “brioche ai tre cioccolati”… chiesi al fornitore se questa era stata ordinata, lui “no”.
Al suo no ho guardato il gestore, lui ha sbuffato, s’è rivolto al fornitore e gli ha detto “mettimela in ordine”, poi guardando me “che così venerdì le trovi, contenta?”.

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Così, stamane, quando la barista ha risposto di no al ragazzo, lasciando morire il discorso, ho abbandonato per un attimo le chiacchiere col gestore, mi sono rivolta al ragazzo e gli ho detto “ma se torni domani, trovi la brioche ai tre cioccolati”, lui ha sorriso (stile facciamo i sereni con le pazze) e m’ha garantito che domani torna.

La vita, a volte, mi relega momenti di marchette e macchiette, in modo alternato: colazione pagata e complimenti del gestore per il marketing da quattro soldi che ho fatto.

Lo so, dovrei imparare a contare fino a 100, prima di abbordare le persone, ma confido nella loro comprensione verso il genere umano. E poi, diciamocelo, per me (in quanto donna) è difficile farmici mandare a quel paese dagli sconosciuti.

Visto? Scrivo cretinate!

Ma posslargeo garantire che la mia testa voleva esplodere pensieri sui temi attuali, che riassumo brevemente:
utero in affitto? NO, sì occhei, io sono madre, ho partorito, ho coccolato per circa nove mesi sto fagiolo dentro di me. Eppure NO, per alcuna convinzione religiosa, ma per accettazione d’un limite naturale. Se non avessi potuto, non avrei spinto la mia natura.
unioni civili? SI, non capendo l’ottusità che ancora ci impantana nel 2016.
figli alle coppie dello stesso sesso (scrivo politicamente corretta)? SI, ma non tramite la PMA (e questo anche per le coppie etero), per il discorso che ho espresso prima. Sì occhei, le strade per l’adozione sono un labirinto, che talune volte portano a drammi, a inconclusioni. Ma, a volte, sono le battaglie, il sale della nostra vita.
sanremo2016… 250.000 € per la Pausini (scusate, ma da dieci anni a sta parte non la reggo proprio, musicalmente parlando)e 300.000 € per lo scaccolone britannico (per carità bravissimo emozionantissimo) e 500.000 € per Conti (di nome e di fatto) e bla bla e poi a luglio devo pagare il canone rai.. bah.