Oggi è virtuale

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Perché spesso e volentieri che torno a casa, le ombre si sono già mangiate il giorno, l’aperitivo, la cena e tutto quanto.
Perché non raro che volutamente entro in casa facendo ben attenzione a non posare lo sguardo sul fornello in cucina, dove a fiamma lenta cuoce il mio essere mamma.

E così glielo tiro su uno spuntino, perché alle nove passate di sera non ho fantasie per una cena; mi avvio a far spola tra camera e bagno, intenta a spogliarmi e a mettere in ordine quel poco che non son riuscita a sistemare la mattina prima di uscire.
Perché sono una pigra maniacale. Ovvero non le vorrei mai fare le cose, ma ho la mania che la mattina non esco di casa se non è sistemata.

E mentre per cinque minuti tento di non chiudere gli occhi sul letto, perché devo preparare il sacco per la lavanderia del giorno dopo che a distanza di ore sta ancora in macchina, perché sì il tempo oggi lo avrei anche avuto, ma ne ho avuto di più di scuse per non andarci.
E mi annoio a far la lavanderia, semplice, ma domani devo assolutamente.

Proprio quando la mia palpebra tranciava le ombre dal mio viso, squilla il cellulare. Sapevo benissimo che ora era, non più tardi delle nove e mezza di ieri sera, ma la mia mente va in affanno quando strappata con violenza dalla suoneria.
Un mezzo giro, credo non di più, sul letto e acciuffo il cel, leggo il numero del chiamante: una delle poche persone che non mi infastidisce se e quando chiama, lasciando stare l’orario.
Una conversazione davvero breve, quel tanto che è bastato a farmi diventare gli occhi lucidi. No, non piango facilmente, credo d’aver una disfunzione ai dotti lacrimali, però non vuol dire che non mi commuova o che non prova umanità di sentimenti verso gli altri.

Vabbè forse sto amico ha saputo toccare le mie corde, forse sentirmi dire da lui che la prossima volta che so di rientrare tardi la sera io lo debba avvisare, perché mi cucina lui la cena e me la porta lui, in una pentola dentro una busta della spesa, fin sotto casa..
Mi commuovo col cibo cotto per me, tutto qua.

Sempre la vostra sola
ec

 

 

 

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La mia prima volta

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Ebbene sì quest’anno, per la prima volta nella mia vita, sarò rappresentante dei genitori.
C’ho messo sedici anni a formulare sta scelta, non vi dico la serata della riunione dove gli altri genitori si accapigliavano per prendersi per primi la penna, onde evitare il ripensamento della candidatura.

Metà ha votato me, l’altra metà ha votato per l’altro povero cristiano che con me s’è immolato per questa ‘buona causa’ che ad inizio di ogni anno scolastico vede i genitori mettere in campo  mille manovre per schivarla. E di brutto.

Abbiamo ottenuto, io e l’altro genitore, un plebiscito. Scusate eh, ma io di sta cosa ne vado fiera, adoro le spaccature. Glissiamo che sto giro è stata una cosa forzata, il bello è stato vedere scomparire in fretta e furia ipotetici rosari che gli altri sgranavano quando è stata formulata la domanda “chi lo fa quest’anno?”.
Adorabile vedere gli sguardi incollati ad osservare la minima crepa sui muri, notare come mai non si fosse vista l’enorme lim (lavagna interattiva multimediale.. lo specifico che poi vi fissate a chiedere) che prende la sua grande fetta di parete.

Sì dai, un po’ me la sono goduta. Perché ero già entrata all’inizio della riunione sapendo che mi sarei proposta, perché incanalata in questo ‘compito’ da mio figlio che, altrettanto generosamente (ma quando mai), quest’anno s’è fatto rieleggere rappresentante di classe.

No, non siamo sindacalisti, lo facciamo perché va fatto, così è stabilito.
Sebbene io ritenga corretto le figure dei rappresentanti di classe (ovvero ben venga un ulteriore e preciso e puntuale ragguaglio tra studenti e docenti), trovo inutile quello dei genitori.

Ma inutile non perché non serva, anzi. Ma non saranno i 3/4 appuntamenti all’anno che potrà delineare o riportare l’andamento o il comportamento della classe ai noi genitori.
Per questo ci sono così tante e semplici modalità, esempio parlare (punzecchiare il proprio figlio), controllare il registro elettronico (dio lodi sto grande fratello che mi evita non pochi impicci e sono aggiornata sull’andamento di mio figlio, non della classe ovviamente).
E infine i colloqui genitori/docenti: lì hai il polso della situazione, lì sai come e quando agire.

Detto ciò, tornando un po’ seria, ma secondo voi che non me la merito una pacca sulla spalla?

Sempre e fiduciosamente, La Sola e Vostra.

 

pv

Vedo in te un mix di yogurt greco e scaglie di cioccolato

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Perfetto, così almeno contribuisco al transito intestinale.
Mi acconto di essere accostata alle scaglie di cioccolato. L’adorato cioccolato mi salva in ogni circostanza, placa il mio nervoso e mi capisce come nessun uomo ha mai saputo.

Capitano giornate così, dove non pensi mai di arrivare ad aver assaporato completamente la varietà del genere umano. Persone che per apparire, saltellano nella folla convinte di far notare la propria testa. Se ne escono con accostamenti, frasi, pensieri, opere e azioni che sarebbero state più apprezzate se condite di un buon sano silenzio.

Abbiamo, io e voi tutti signori cari, il vizio di accostare per immagini cose (persone) che si risultano inafferrabili. Ricorro spesso, io non so voi cari signori miei, nell’usare in modo -troppo rasente l’abuso- alle parole per riempire queste teste vuote.
Puoi dire di tutto, è come aprire il secchio dell’immondizia e vomitarci dentro quello che ti passa tra testa e pancia, avendo ben attenzione di non toccare il cuore.

Sono giorni fatti così, gli ultimi miei di queste ultime settimane mie, dense di parole, parole, parole e ancora parole. E nessun passo avanti compiuto. Anzi sì.
Ho cambiato modo di agire, specie nel lavoro, non mi contorco più in inutile ghirigori verbali, punto i miei piedi (anche in circostanze che vedrebbero calare più propriamente la zappa sui miei piedi).
Ma ho deciso di smetterla coi compromessi, col temporeggiare, col dilungarmi in decisioni future che mai potrei onorare.

Parole scritte che mi vengono naturali, che se le devo pronunciare mi troverei le labbra incollate, perché non riuscirei a sostenere lo sguardo.
Non riuscirei pensavo.
E invece l’ho fatto.

Detto ciò, cambiando decisamente argomento, senza risultare infinitamente acida come uno yogurt scaduto: andate a votare il 4 dicembre, fate la vostra scelta di coscienza e conoscenza, non fermatevi ai meri annunci che riempiono le Tv&C.
Ci sono molteplici eventi, sia dei Sì che dei No, singoli o a doppia presenza, dibattiti, confronti: andateci e fate la vostra scelta, nel nome d’un Paese nel nome di una lealtà civica propria.

 

Tanti genitori hanno la merda nel cervello

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Scusate, ma a me il bullismo manda in bestia.
E posso solo  dire ai mamy&papy di questi bulli in erba :”Ma quanta merda avete nel cervello?”.

M’è bastato davvero poco, l’ennesimo video dell’ennesimo bullo, ragazzotto di una spanna più alto del suo compagno umiliato a suon di pugni e calci, mentre i pecoroni (nda compagni) osservano. Anziché intervenire, filmavano la scena col cellulare che poi puntualmente è finita su Facebook.
Il caso a cui mi riferisco è d’oltreoceano, “Il bullo è figlio d’un prestigioso uomo d’affari”, recita l’articolo, ma io leggo “Figlio di un pezzo di merda che non sai crescere a modo un figlio”. Caso che avviene, purtroppo, in troppe scuole di ogni angolo del mondo.
E col crescere a modo un figlio, io sinceramente manco lo so come si fa, ma se oggi o domani mi venisse riportato del sedicenne, che mi gira per casa, in sfogo di questi atteggiamenti, mi chiederei dove ho fallito come madre.
Perché ne ho le palle piene di sentire certi miei ‘colleghi genitori’che si esaltano per le prodezze dei propri figli (soprattutto figlie), per come si sono incartati i prof, gli amici e bla bla.
So di non essere una madre severa, so bene che ho una flessibilità vergognosa per certi versi nei confronti di mio figlio, ma le scorciatoie non gliele do e nemmeno gliele insegnerò
Se un giorno vorrà fare il figo o il saputello, bhe quantomeno dovrà mettere in campo una vastità di personalità e di cultura costruito da se stesso, su se stesso, ogni santo giorno della sua vita.
Non voglio un figlio a mia immagine e somiglianza, tanto meno vorrò travasare in lui quelle aspettative di vita che non mi sono arrivate.
Lo vorrò (vorrei) libero. Un uomo fatto di concetti, di crescita, di rispetto accumulati con la sua fatica, ma non con prevaricazione.
Sto mettendo le basi per un uomo fallito e poco arrivista? Per me no. E se quei genitori, che tanto sgomitano al posto dei propri figli, la smettessero di fare i sindacalisti e tornassero a prender per mano le basilari regole educative, l’umanità intera ne sarebbe sinceramente grata.
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L’ignoranza di internet

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Scorre a fiume sulla tastiera l’onniscienza. Tutti sanno di tutto.
Non c’è risposta che non si trovi, non ci sono limiti alle domande che si pongono.
Padroni del sapere, poco avvezzi della forma, che sfondano le porte del pudore, entrando a gamba tesa nelle vite altrui, puntando dita e schioccando parole dure o critiche.
E’ questa l’ignoranza che dilaga su internet, scalciando la scala che gradino dopo gradino, salendola, pone agli occhi di ciascuno l’orizzonte sempre più vasto e ampio del limite del proprio non sapere.

Un ascensore umano, così vedo io internet. Pigiando di livello in livello sempre più alto, mentre tenta di elevarti nella cultura più ampia, ricca di nozioni e informazioni, ti porta sù nell’olimpo del non sapere.
Ai quanti svettano dal loro alto, naso puntato ancora più sù, ignari consapevoli di quanto non sanno e nel frattempo giudicano. Parole messe alla rinfusa, travasate nel monitor, speranzose di esser colte e viste come indice di una persona che può e che sa.

Ma quando incontri queste persone dal vivo, poni loro un dialogo umano e concreto, capisci che non riescono ad uscire dal labirinto della loro mente. Tutto resta lì, in quel monitor, in una realtà fin troppo fasulla.

Ecco perché adoro la mattina fermarmi al bar, prima di iniziare a lavorare. Appena messo piede inizia il bombardamento di suoni e voci, reali. Ed è così bello percepire i colori delle conversazioni, le ironie nascoste, lo sguardo del tipo sempre arroccato sullo sgabello vicino al bancone, il sorriso del ragazzo che puntualmente non manca di augurare una buona giornata, la ragazza conosciuta da poco con la quale si parla già di uscire a mangiare una sera.

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Quale figlia tardiva di internet, ricordo la confusione dei primi passi, tirata a destra e a manca dall’arroganza che pulsava sul monitor.
Eppure col tempo un po’ si scalfisce il tutto, mettendo in atto una giusta cernita che fa bene personalmente, bandendo quell’aggressività ritenuta deleteria, fucina di inutili contrasti e battibecchi.
Quale fruitrice di internet, navigo con un codice tutto mio, sempre meno a vista, finalizzato a mio scopo. Perché son stufa di credermi più brava e più colta citando le parole di altri. Se le cito è perché le sento affini a quel mio momentaneo momento. Un  oggi che il domani quasi spesso ripudia, ma un domani che senza ieri non potrebbe mai essere.

Come non capisco l’arroganza dei paladini delle opere di bene: se bene vuoi fare, fallo ma non giudicare da chi la pensa diversamente da te.
Scorrono immagini e petizioni di gatti e cani, come chi solo palesa il proprio interesse avesse a cuore il loro bene.
S’incrina di dolore un monitor all’ennesima immagine del bambino coperto dalle macerie, a sapere che spesso e volentieri chi lo fa è per mettersi in pace una coscienza che colpe non ha, ma che vuol risultare splendida e caritatevole.
Non esiste la carità su internet, esiste la sua esposizione.

 

Divorziare e crescere un figlio. Si può

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Che ti giri che ti volti, senti storie di coppie che si separano con un dilanio tale che inficiano il progetto educativo e di crescita della prole.
In parole povere, figli usati come strumento di tortura nei confronti dell’altro (ex coniuge). Figli che teoricamente o si rafforzano o si perdono.

E noi due, madre e padre di lui, ti senti chiedere mentre l’inchiostro con cui abbiamo siglato il nostro ricorso per il divorzio “Mi piacerebbe che vostro figlio venisse in tribunale – a dirlo lui, il nostro avvocato – Per una volta avrei piacere che il giudice vedesse un figlio che i genitori li ha, indipendentemente dal percorso di vita separato che hanno preso”.

Sia ben chiaro, io e il mio prossimo ex marito, ne abbiamo fatta di strada per arrivare a questa meta, faticando un po’, talune volte mordendosi la lingua. Ma il merito va a questo nostro figlio, che funge da collante eterno tra noi. Così uguale e dissimile a noi, così fin troppo maturo. Ma così sembra essere: i figli di separati “invecchiano” prima, di testa.
Sto dando molta carta bianca a loro due, perché l’età del mio bimbo richiama a voce silente la figura del padre.
Che poi ci scappa, solo a pensare 16 anni fa, sto frugolo piagnucoloso che appena vedeva i nostri visi, distendeva un magnifico sorriso a zero denti.
Amo questo mio figlio, vedo in lui la roccia che non sono. Un bene immenso e inesauribile al mio ex, ancora confidente di certi miei pensieri.

Divorziare si può, senza fare disastri.

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un 28 che mi manca

Ne abbiamo passati tanti assieme, di 28 giugno, tutti quelli tuoi.
E un giorno sei soffiato via, tra i mille venti, gonfiando la mia vela fino a strapparla.
Non hai scompigliato i miei capelli, mai.
Il controllo emotivo che era tuo, lo hai lasciato in una eredità pesante a me. Troppo.
Fino a stamane quando ancor prima di leggere la memo mai cancellata “compl. papà” sapevo già. E la vela s’è strappata.
Averti qua ora. Come avrei bisogno, ora come non mai, di quella tua presenza solida e silenziosa che intuiva i miei problemi e allo stesso tempo non ti permettevo ingerenze.
Troppi sbagli passati, che rendono ora sempre più forti le mie decisioni, convinta del tuo pensiero “libero e non schiavo”.

Questi due anni mi hanno invecchiata, tanto troppo, lo dice lo specchio al mio viso, lo dicono le persone al mio sguardo. Eppure balla ancora dentro me quello che ero.
Ci prova ogni tanto a buttar fuori l’anima, ma si svende in uno spettacolo sciocco rasente la falsità.
Lui, pur contestandolo, affrontandolo, litigandoci come due in preda alle convulsione, era la mia guida.
Lui così fortemente schivo, dentro e fuori. Io così debolmente schiva dentro, lo manifesto solo.
Due caratteri che hanno segnato gli umori in famiglia, due che facevano squadra quando uno veniva attaccato dall’esterno.
Mi manca il gioco di squadra, di chi a spada tratta cala la mia difesa, pur che la sera prima che ognuno prendesse la strada di casa proprio, a conti fatti non ci si risparmiava nel dirci cosa e dove si sbagliava.
Ho smesso di litigare con le persone da quando lui non c’è più. Lascio scorrere. Si chiama apatia? Si chiama che io di energie per gli altri non le spreco più.

Auguri papà.

sogni1

 

Parole vecchie ma mai abbastanza

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E poi guizzare come topi nella metro
E tornare a casa, stanca, sudata ma serena.

Ho preso coscienza che cammino in un mondo di gente, a occhi bendata, affidandomi ai restanti sensi, che mi prendono in giro, lasciandomi  un gusto amaro.
Come Alice do la caccia ai conigli.
E cocciutamente non riesco a chinare la testa, per egoismo all’epoca, per voglia di sentire il vento tra i capelli ora.
(lui) sei diventata molto tollerante ultimamente, cosa che ero io una volta
(io) dici che sono tollerante?
Non è tolleranza, è voglia di non pensarci, di non affannarmi, di non caricarmi.
(lui) sei anche troppo furba
(io) già hai ragione te
La gente ha sempre ragione no? Sulle cose altrui è così obiettiva, così sagace.
Siamo tutti psicologi, tutti avvocati, tutti così bravi con la vita altrui.
Siamo tutti puttane a mio avviso.

Parole vecchie ma mai abbastanza

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Io Lago

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Quante volte scivola sulla lingua con lo schiocco sul palato e lo fa proferire tra i denti?
Lago.
Un luogo, una circostanza, un sospiro.
Pronunciare la parola “lago” è il segnale di partenza di un viaggio, di attese e di emozioni.
Uno specchio che cattura il cielo nell’evoluzione dei suoi colori, che abbraccia con le sue coste alte e dure. Che  fa sentire sicura.

Lago, contenitore di piacere e di abbandono, a occhi chiusi con parole amiche che ti solleticano la mente, che ti accarezzano. Sunto di vita e di riflessioni, che posa una mano pacifica sulla mia testa e mi tranquillizza.
In riva al lago il gioco complice del sole allunga le ombre delle persone che vigilano, che nei miei difetti han trovato spunto di risate, senza giudicare.

Lago, vastità di piacere  di quella che ti scalda l’interno coscia, ti fa abbandonare la testa sul cuscino, col corpo e la mente in resa totale, mentre cola .

Quanti modi di fare mio il lago, luogo mio che ho tramandato a mio figlio, sposandone la sua natura introspettiva. Socchiude e stringe gli occhi mentre afferra il sasso che andrà a romperne la calma, in cerchi progressivi che s’allargano, come sarà il suo futuro.10626807_305109949682035_8265095967831952892_n

Io, jeans e sneakers. Tra cda e blogger

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“Presidente firmi qua”
C’ho messo una manciata di secondi a capire che stavano parlando a me. Un ruolo che mi succhia la simpatia.

A chi mi chiede come sono stati questi due ultimi anni rispondo “Hai presente un treno in corsa? All’interno di una galleria buia? Ecco questi i miei due ultimi anni”.

Sì vedo, finalmente spiragli di luce, mi tocco le balle che ninsammi che qualche gufo ci pensi bene a caccarmi sulle spalle. Che presto le vorrò svestire, se la stagione calda si decide di avanzare.

Nel frattempo gozzoviglio nel mio mondo, fatto di parole scritte, lette da sconosciuti. Eppure andando contro alla mia prerogativa massima “non voglio cazzi nella mia vita” mi son data da fare in questi anni di blogger a conoscere le persone che ritenevo più affini a me. Arrivate a me, io arrivata a loro, da tutta Italia.
Con poche di esse ho un legame quasi viscerale, fanno parte della mia vita, seppur con la mano accarezzi solo virtualmente il loro bel culo, ma ci sono, ci siamo ogni giorno per noi.
E tra poco li rivedrò.

Che poi ti dai da fare, chiami pure lui in quel di Puglia, memore delle chiacchierate fatte nella abbandonata stazione dei treni di Gallarate, tra una sigaretta e l’altra, lasciando passare il regionale dicendosi “prendiamo quello dopo”. E sentirmi rispondere “faccio fatica a esserci” Io non la accetto come risposta. Deve prendere quel cavolo di un aereo “ti vengo prendere all’aeroporto” con un suo “davvero faccio fatica”. Domani riprendo col mio pressing.
Che poi contatti lui, il milanese, sapendo già che canna l’invito, ma il gusto mio è di veder la sua risposta. Perché di fondo un po’ gli dispiace, non tanto per me, ma per la compagnia che sarà con me, quei blogger cazzoni quanto me, veri più di me, che hanno saputo accettarmi. Diversamente non potrebbero fare.

 

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