La vera rivoluzione è capire se stessi. Prima che riescano a farlo gli altri, prima che lo faccia la massa.
Svuotata, perché il vuoto non esiste, nemmeno per chi occupa solamente lo spazio con un cervello spento.
E’ che non fa per me lo sgomitare, il sovrastare una frase altrui, mentre con la mente ho già preso una direzione diversa.

Quando arriva la confusione, e vedo che non afferro concetti o situazioni, mi piace pensare ad una frase che, se non è un’ancora di salvezza poco ci manca, disse il prof di italiano: “l’ignoranza è una scala: chi sbandiera di essere intelligente, sale di volta in volta il piolo che lo porta su, in alto, verso la vetta e, guardando l’orizzonte che man mano s’allarga, vede i confini della propria ignoranza”.
Credo non ci sia bisogno di spiegare.

I giochi di parole hanno permesso, non sempre, di far scemare una rabbia. Etichettare a bocca chiusa, non è corretto lo so, ma dà modo di non impazzire.

Non sono fatta per le regole, ma non sono nemmeno fatta per soffrire. Eppure dicono che sin dal primo istante i bambini che sgusciano dalle cosce della madre, piangono.
Detto dalla mia, per i miei primi tre giorni di vita non ho aperto bocca, tanto da farle pensare che qualcosa fosse andato storto in quella sua creatura.

Il ricordo più lontano che non sempre mi rincorre: le suore dell’asilo, a spiegarmi che i bambini nascono, che dentro la pancia sono dei piselli.
Da lì, la mia ostinata determinazione a non volere più mangiare i piselli a tavola, coi rimproveri di mia mamma e la minaccia silenziosa di mio papà.

Luci di una pista buia. E’ così che mi fa sentire chi, più o meno col mio consenso, ne approfitta in cerca di una direzione, ma non di un approdo.
Resto sempre quella valigia sgangherata, ai margini, a volte dimenticata, a volte presa per mano.
Perché siamo, o saremo, tutti chiamati ad essere un bagaglio, un accessorio. Ma forte resta il pensiero che il mondo gira, o girerà, come piace a noi.

O quel giornale gettato con stizza, da quella persona arrivata col treno per me. Un gioco di ruolo che forse non mi apparteneva, ma che poteva riempire un momento vuoto di noia.
Il sentirmi dire “sei quella giusta”, che mi fa allontanare, per poi capire che non sempre è la scelta giusta e, quando forse mi convinco, è sempre troppo tardi.

E ora mi girano tra le dita delle parole, da schiacciare sulla tastiera.

foto x blog lap

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