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Che ti giri che ti volti, senti storie di coppie che si separano con un dilanio tale che inficiano il progetto educativo e di crescita della prole.
In parole povere, figli usati come strumento di tortura nei confronti dell’altro (ex coniuge). Figli che teoricamente o si rafforzano o si perdono.

E noi due, madre e padre di lui, ti senti chiedere mentre l’inchiostro con cui abbiamo siglato il nostro ricorso per il divorzio “Mi piacerebbe che vostro figlio venisse in tribunale – a dirlo lui, il nostro avvocato – Per una volta avrei piacere che il giudice vedesse un figlio che i genitori li ha, indipendentemente dal percorso di vita separato che hanno preso”.

Sia ben chiaro, io e il mio prossimo ex marito, ne abbiamo fatta di strada per arrivare a questa meta, faticando un po’, talune volte mordendosi la lingua. Ma il merito va a questo nostro figlio, che funge da collante eterno tra noi. Così uguale e dissimile a noi, così fin troppo maturo. Ma così sembra essere: i figli di separati “invecchiano” prima, di testa.
Sto dando molta carta bianca a loro due, perché l’età del mio bimbo richiama a voce silente la figura del padre.
Che poi ci scappa, solo a pensare 16 anni fa, sto frugolo piagnucoloso che appena vedeva i nostri visi, distendeva un magnifico sorriso a zero denti.
Amo questo mio figlio, vedo in lui la roccia che non sono. Un bene immenso e inesauribile al mio ex, ancora confidente di certi miei pensieri.

Divorziare si può, senza fare disastri.

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