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Credere nell’umanità è la pratica meno diffusa mentre la condanni alla sua esecuzione.
Si contorce l’uomo, mangiando se stesso, pur con fare vittorioso sale quei gradini che lo conducono sul palco macchiato del suo stesso sangue.
Si esalta nel suo pubblico ammassato di sotto, con la lingua di fuori a raccogliere le gocce di sangue che filtrano al di sotto del palco.
E’ solo questo l’uomo? Vincitore nella sconfitta di un se stesso?

Come giudicate la morbosità della quale siamo tutti vittime?
Non so voi, ma quanto spesso e volentieri ho bisogno delle chiacchiere altrui per non pensare ai miei problemi. E il mio pormi con attenzione ai problemi altrui non fa scattare alcuna empatia, non registro né annoto nomi e situazioni.
La condanna peggiore è usare le vite altrui mentre vivi la tua, quasi a nasconderla a te stessa, più che agli altri.

E’ la paura del ridicolo che mi fa stare in difensiva nelle emozioni, paura della fregatura che ritengo scontata.
E’ l’egoismo atavico che non riesco mai a soffocare del tutto, senza voler nulla togliere agli altri, ma nulla concedendo.
Vivere la vita come fosse il gioco delle tre carte, in odore di imbroglio, con qualche complice inconsapevole che mi fa da spalla.
Sapendo che hai poco da barare, perché hai poca posta da giocarti. Eppure lo tenti ogni volta il bluff, spacciando una grandezza che non hai.

 

 

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