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Non cedere alle provocazioni: quanti di voi ce la fanno?

Quanti di voi agiscono, sapendo di aggiungere un’ombra al vostro cuore? Come vi comportate quando vi accorgete di aver detto l’ennesima boiata populista, mentre sentite dentro voi l’animo ribelle?

Siamo e saremo nel periodo di dire quello che si pensa, agire nella propria libertà? Ma la storia ci insegna che lo siamo sempre stati. E per noi i nostri avi. Ma con tutti gli anni di cui è composta la storia, abbiam avuto l’estro di trovare il peggio, anziché il meglio.

Affrontiamo le nostre persone battaglie, convinti che siano le battaglie di tutti?

Ci sta: siamo liberi, no? Liberi di pensare e di agire.

Ma il punto non è questo. Il punto è che non gliene frega a nessuno di cosa pensiamo, di quali siano i nostri punti di forza. Perché ciascuno, nel proprio animo, si pensa migliore dell’altro. Perché molti si danno per vinti, additando con fare accusatorio, il forte che lo sta prevaricando. Perché molti di noi, muoiono sapendo che il loro momento di gloria non verrà mai. E si dannano le giornate a cercarlo, a mendicarlo.

Ci ergiamo a paladini di ideali, che spesso sono utopie? Non importa: l’importante è agire. No, scusate, ho sbagliato verbo: l’importante è apparire.

Emergere, è un verbo che ho sentito spesso nella mia vita: “devi emergere” inteso come ti devi distinguere dalla massa. Impositivo. Ma a me la massa piace, mi accoccola, mi fa stare tranquilla. La mia natura non è fatta per scalpitare, per sgomitare.

Mi piace l’ombra, mi da vantaggio: non essere osservata è un mio punto di forza. Spingo le persone a non prendere considerazione di me, investendo il loro tempo nel palesarmi le loro prodezze, i loro obiettivi. I loro fantasmi.

Perché si sa, tutti noi abbiamo i nostri punti deboli. Ma che fare quando ti si presenta l’occasione di portare a tuo vantaggio un difetto altrui? E’ la miseria umana, che mi ha contagiato in passato, che mi ha spinta a metter a frutto il mio guardare, annotare.

Eppure, me ne pento. E’ servito a nulla, perché il mio mondo non è cambiato, chissà se mai cambierà.

Sì lo so, sono comportamenti meschini. Ma cosa si può pretendere dalla vita? Ah sì giusto: bisogna condurre una vita retta, dedicarla all’amore, al sacrificio.

Ma comincio ad avere una certa età, la posizione a novanta comincia a crearmi dolori alla schiena. D’ingoiare son stufa, sebbene mi si viene a dire che sarebbe una pratica guardata con benevolenza dall’altra metà del cielo.

Esser padroni di se stessi: un lusso che pochi, veramente, al giorno d’oggi possono permettersi. E son sicura che nelle mie conoscenze, me compresa, non annovero persone che si possano definire tali.

Non saremo mai liberi, salvi i nove (chi più, chi meno) mesi di gestazione nell’utero materno.

Tranquilli, domani sarò (sicuramente) più positiva: è solo che stanotte ho sognato mio papà. Presente nella mia vita in modo autoritario, quasi rasente alla rottura, ora pure dall’aldilà (o altrove) mi condiziona il sonno, che poi si ripercuote nel giorno.

E’ solo che lui mi manca, ma molto e mai come in sto periodo avrei bisogno del suo modo di essere. Che è stato. E che io mai potrò essere.

 

 

 

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