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Non si deve provar vergogna di voler stare in panchina, per un po’.

panchina

Questa nella foto, ai più dirà nulla, ma non è un problema. Conta l’effetto che ha su me.

E’ il punto di ritorno. Dove i problemi e i pensieri non trovano spazio.

Lì, proprio sopra a quella panchina, s’è seduto, con me, il Brad Pritt de’ noartri.

18 novembre ore 7.40 circa

IO – ” Ma a me, chi ci pensa?”

BRAD – “Ci penso io”.

3 fottutissime semplici parole, che seppur non ti facciano sparire i pensieri giornalieri, seppur non cancellino gli impegni noiosi, fanno sentire meno pesante il carico (personale e non) che grava sulle spalle.

18 novembre ore 9.46 circa

conosco per puro caso un ingegnere di Cuneo, in trasferta lavorativa nella mia cara terra.

Si parla di lavoro, ci si impiega giusto due minuti a liquidare l’argomento. E non va bene, perché non puoi a inizio giornata lavorativa essere già esausto del tuo lavoro, solo nel parlarne.

Ecco, esausta. Mi ci sento tutta. E seppure  da giorni dentro me sento quel tremolio, fuori no, non posso.

Perché sono lavoratrice, donna, mamma, che tenta di acciuffare ogni giorno tutti i minuti possibili per farle le cose.

Ieri sera, rientrata tardi dal lavoro, ho messo in croce una cena, per me e mio figlio: il pargolo m’ha guardato con sguardo critico, evidentemente manco li avevo sfiorati i suoi standard culinari. L’ho guardato, allungando una mano a spettinargli i capelli, mettendo un sorriso puro di cuore dicendogli “abbiamo la felicità di volerci bene”.

A 16 anni circa, non le afferri queste parole. Afferri la forchetta e cominci a mangiare. E fai bene, avrai tempo nella vita a tentare di esorcizzare fatica-ansia-tristezza-affanni appigliandoti a parole poetiche.

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