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Molte cose mi possono dare fastidio, la loro percentuale oscilla in maniera direttamente proporzionale al mio umore giornaliero. Nel senso se sto in coda a pagare, ci sono giorni in cui stare in fila non mi da noia, altri mi uccidono moralmente. Oppure se mi freghi la precedenza ad uno stop, nove su dieci me la prendo, ma c’è pure quell’unica volta che mi scivola.

Ma

Le cose che più mi fanno andare in bestia:

  • spiare il mio cellulare, peggio ancora se con me presente, mentre s’allunga il collo per vedere lo schermo. Io non lo faccio, per la sola santa ragione, che meglio non sapere, meglio non invadere la privacy altrui. Meglio, insomma, farsi i cazzi propri.
  • lo spreco. Io odio gli sprechi. Vedere aprire e chiudere in continuazione il mio frigo, passare per le stanze (poche vabbé) per spegnere la luce lasciata accesa da altri, mi fa venire l’orticaria, mentre nel mio cervello si fanno i conti dei kwh inutilmente sprecati. Non parliamo poi dell’acqua, lasciata impietosamente uscire dalla doccia o dal rubinetto, per nulla.
  • il fancazzismo. Vedere gente che oltre che starsene con le mani in mano, fa perdere doppio tempo a me, per cercare di recuperare i tempi.

Ne ho molte altre, ma ripeto, il tutto va a giorni.

Ma c’è una cosa che (forse) non ho ben afferrato di me stessa: non capisco se io sono pro labilità, o meno.

Nel senso, sono anni ormai, che dentro ho quel senso di sviluppo precario, ma non la vedo come una cosa negativa, anzi. La sento come una spinta a darmi da fare, ad arrangiarmi, per il meglio della situazione. Tutto ciò che è schematico, mi spegne il pensiero; mi farebbe sentire come un topo da laboratorio. Seppur questo laboratorio sia la mia vita.

Quindi sto propensa a spingere sull’acceleratore, non per fuggire, ma per arrivare. E mi dice culo che la mia meta, per ora, ancora non la vedo delineata. Altrimenti passerebbe in secondo piano, mi si toglierebbe quel senso d’avventura col quale (cerco) d’affrontare ogni giorno della mia vita.

Poche ore fa, bevendo un caffé al volo con due amiche, ascoltavo i lori discorsi riferiti a una quarta amica (non presente) e mentre sorridevo alla piccola gag [nda non ho scritto gang, sister] che stavano inscenando, dentro me pensavo “zoccole che non siete altro, fate lo stesso con me?”. Pensiero che poco dopo ho espresso a parole, seguito da un “no ma figurati” di una e da un “sempre” dell’altra.

Boh, che vi devo dire, l’offesa è inversamente proporzionale alla persona che la fa, quindi ho cercato di glissare il discorso, a modo mio, come meglio mi riesce, attaccando bottone con una persona che non conoscevo. Due battute e via.

Alla fine prima d’andarmene, son tornata da loro per salutarle, sottolineando il culo basso di una. Facile capire quale.

E’ la mia debolezza il mio modo d’esser diretta con le persone. Ecco perché spesso e volentieri non lo sono e mi sto zitta, osservando e annotando. Ma ho tanto tempo davanti a me, per crescere e colmare le mie lacune e mitigare i miei difetti.

Nel frattempo, Peace&Love.

P&L

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