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Ieri sera, fine cena, fine lavaggio piatti-spazza per terra, ho fatto vedere per la prima volta a mio figlio questo blog.

Ha glissato sul perché “buona la quinta”, ha letto silenziosamente, ha sorriso nel riconoscere una faccia amica tra i commentatori, ha solamente detto “vuoi che ti do una sistemata alla grafica?”.

No, grazie, amore della mamma, lascia pure le tue zampe lontane dal mio blog, ma soprattutto dal mio pc.

Poi.

Ha fatto una cosa che mai dovrebbe sorprendere una madre: s’è alzato, parato di fronte a me e “vieni qua che ti do un abbraccio”.

Perché lui è parco nell’esternazione dei sentimenti, ma non nel produrli.  Da lui appresi la teoria dell’ossitocina, restando stritolata da un suo abbraccio per minimo venti secondi (tempo utile per cui il tuo organismo rilasci questo ormone, chiamato anche “ormone dell’amore”, abbatti lo stress, infondendo fiducia e tranquillità).

Non so che lavoro sto facendo con questo adolescente: è un percorso a due, dove per ora ci si tiene ancora per mano. Ma verrà il momento in cui lui la mano la staccherà e vorrà fare “da solo”.

I suoi quasi 16 anni, per ora, non mi spaventano, anzi, mi piacciono: sono sempre impacciata coi bimbi piccoli, non ho alcun stimolo a prenderli in braccio, far loro moine e versetti. Non concepisco la storpiatura degli adulti nel rapportarsi ai bimbi piccoli. Scarpetta, pappina, ditino, ma perché non usare le parole esatte, senza sembrare (noi adulti) dei cretini?

So di essere molto (troppo) accomodante con lui, a volte ci rifletto su sta cosa, ma poi. Ma poi nulla, riesce a farmi tirar fuori la dolcezza che raramente metto in campo.

Perché lui, è la mia famiglia.

Perché lui ha saputo accogliere la mia vita nella sua, le mie decisioni le ha incastrate con le sue richieste.

E quando a volte, per scherzare, gli dico “secondo me hanno scambiato le culle”, lo dico con quel misto di strano pensiero nato da “come puoi essere tu figlio mio?”. E lo dico nella speranza che non cambi mai, che continui così.

Lap&baldo

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