Non mi turba che da un anno a sta parte, gli unici sogni che riaffiorano durante la giornata, siano quelli in cui mio papà è presente.

Così in carne ed ossa, nei sogni, che mi stupisco ancora di non poterci più discutere dal vivo.

Ho espresso questo stato d’animo a mia mamma, lei che solo il trovarsi in una stanza buia impazzisce. Lei che ancora dopo tutti sti mesi non si azzarda a provare distendersi sulla metà del letto che accoglieva papà, ogni sera.

M’ha chiesto cosa provo, quando lo sogno. Cosa mi dice, cosa fa.

Nulla, il sogno è mio, sono io che faccio recitare il ricordo di mio papà, nella mia personalissima sceneggiatura. E quando mi sveglio, sto bene.

E’ lui che manca a me, non viceversa.

Lacrime, per il momento, non ce sono più: ho solo la consapevolezza della sua mancanza. E dell’ultima volta che ci siamo parlati: il 22 agosto di un anno fa, due giorni dopo non c’era più.

Sono turbata dal personalissimo modo con cui ci siamo eternamente salutati? Potevo rispondere sì, fino a pochi mesi fa.

Ora non più, perché gli ultimi anni li abbiamo passati a discutere, sempre, in continuazione. Eppure eravamo l’uno, l’ombra dell’altra.

Scivolati senza saperlo in un rapporto alla pari, di persone adulte, dove ogni emozione era bandita: questo il nostro rapporto.

Eppure, mi trovo oro a quarantanni, dopo aver perso persone più o meno vicine, a vivere per la prima vera volta, il vero lutto.

E non servono a nulla le frasi di circostanza che ti dicono nei giorni a seguire “col tempo passa, devi metabolizzare”.

Vero nulla: passa nulla, metabolizzi ancor meno. Devi andare avanti, passare oltre. E il pensiero di quella persona non ti abbandona mai, in nessun giorno della tua vita.

Perché basta poco: un post it, con la colla ormai secca, che scivola fuori da un mucchio di carte, dove di suo pugno aveva scritto “a cura tua”.

M’è sembrata la beffa: a cura mia? Mai come in sti giorni, lo sento il peso di cosa devo fare.

Chiudere la sua posizione per lo stato: tasse e orpelli vari. Perché quando smetti di respirare, non è vero che muori subito. No.

Lo stato ti mette in una speciale camera di rianimazione, con la flebo inversa, attaccata direttamente alla sala prelievi. E se non puoi farlo personalmente, dato che ti trovi a tre metri sotto terra, con l’ombra dei tuoi cari che danno sollievo ai tuoi fiori in quest’estate davvero infernale, ci pensa il codice 07 d’una qualsiasi delega F24 a continuare a sborsare per te.

In quasi dodici mesi, ho avuto più da fare con tutti i cavilli burocratici d’una successione, che tempo per andare a mettergli un fiore fresco.

Prego per lui, seppur non ho certezza di dove sia, con chi sia, se ancora ci sia, non so dove. Ma così mi è stato insegnato da piccola.

Ma dicono che senza fede, le tue preghiere servano a ben poco: non importa, perché il più delle volte mi basta osservare la sua foto, tentare di immaginare un dialogo, che alla fine è solo un monologo silenzioso. Il mio.

Tra il parentado, che poco frequento, risulto essere quella che è passata indette dalla sua mancanza: e se fosse vero? E se gli altri avessero ragione?

Poco importa, alla fine, perché addio a una persona a cui tenevi molto (davvero), non lo dirai mai.

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