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Una costola incrinata, è il risultato d’un sabato lavorativo diverso.

Secondo le varie ispirazioni, ogni persona ti da la sua diagnosi, su ciò che ti è successo, senza visitarti, senza palpare lo sterno offeso.

M’è stato detto di ogni, inerente alla causa, ma nulla per alleviare il dolore.

diagnosi 1sono cose che capitano – mbé ovvio, trovo il qualunquismo dilagante in sta frase, tipica della persona egocentrica che pone il male degli altri ad un livello inferiore del proprio. Quando una di queste persone, però, si arreca una lievissima ferita, superficiale, di quelle che basta uno sputo per pulire, attacca il dramma, il piagnisteo.

diagnosi 2ma non potevi stare più attenta? – posso ribattere nulla a un’osservazione così acuta, perché ogni risposta che davo, avrebbe messo in risalto l’idiozia mia nel farmi male (tanto), con poco (o niente). Ma mi fa sorridere, perché la personcina che me lo ha detto, celava preoccupazione (la sua) per la salute (mia).

diagnosi 3potevi dirmelo che ti eri fatta male – col senno di poi, se ne dicono di cose. Non sono abituata ad aprire bocca, se non ho la vera certezza di aver bisogno di qualcuno. E fatico lo stesso a chiedere aiuto.

Ma quello che più m’ha infastidita, non è il dolore, né la maniera sciocca con cui mi sono fatta male.

Ma è risaputo, alle persone che più tengo vicino, che quando sto male, divento solitaria, non spiccico parola. E reagisco male alle persone che si incapricciano perché io sono laconica. Molto male.

So che ho bisogno di ferie, sono tre anni che non faccio ferie, ma pure quest’anno le vedrò mai. Perché il dio lavoro mi comanda, perché sento responsabilità sulle spalle. Quest’anno più che mai.

Questa la canzone che ho ascoltato, giovedì notte scorsa, in autostrada, di ritorno da un concerto. Chiusura giusta di un giorno speciale.

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