Non c’è mai la giusta misura. Difficile riuscire a rispettarla.

Uno tanto da e tanto chiede, anche se è così sbagliato. Eh lo so.

Ma è dura anche capire che siamo delle spugne, a volte gettate su d’un tavolo, sopra una macchia di vino rosso, che s’imbeve. Solamente si imbeve.

Essere fluida come la macchia di vino, dalla superficie scura e lucida, dove è permesso specchiarsi, un po’ ombrati, nulla di così evidente, nulla di così chiaro. Un effetto deformato di chi si specchia.

Essere porifera come la spugna, così blanda a volte no? Eppure così incontrastabile per certi versi, assorbendone il liquido versato per sbaglio. Così scontato il lavoro della spugna: le si chiede solo una cosa “assorbi. E poi getta”.

Come il dare e riceve, mai aspettarsi nulla: da nessuno, da me. A volte per gioco, quando partono sti discorsi “dai su di me ti puoi fidare!!!”.

Eh.

Io rispondo sempre, indipendentemente da chi me lo dice “non farmi mai del male”, lo scandisco, lo ripeto.

Eppure di fregature ne potrei raccontare, eccome.

Però.

Mi basta sapere di non essere l’Uomo Mostarda (ad esempio), colui che nel rapporto interpersonale oramai sta alla frutta, usando la composta come valuta al posto della coscienza e del rispetto.

Smadonno per non essere secca dentro, mi è insopportabile sapere che dentro me potrei coltivare il veleno del sorriso mio.

Conto e non conto su veri affetti (uno è tutto mio così forte che mi fa vivere), ridiscuto il mio essere amica con una celerità innaturale, tengo distanti le persone che possono farmi male.

Tento di capirmi insomma no?

Penso che mai (veramente) ci riuscirò, perché tutto si vive di riflesso nei rapporti interpersonali, che possono essere viziati da me stessa: basta una frase, una foto e come cambia la visuale che ha la gente.

Come cambia, eppure io sono sempre la stessa. Cambiatemi abito e non cambio.

Che mi vesto coi jeans o con una gonna sempre io che li porto. Non loro che portano me.

foto di Julia Deviant

Annunci