Abbiamo un’Italia divisa, lacerata in due.

Perché nulla può più di una partita di calcio nello smuovere le opinioni della gente: mezzo popolo che piange la sconfitta della Juve in Champions, mal sopportando gli sberleffi dell’altra metà della nazione. Ovviamente la seconda metà sta felicemente gongolando.

Tutti arbitri, allenatori tecnici e giocatori improvvisati.

Tutto questo fervore, magari,

ci stava meglio su cose ben più importanti: che ne so, discutere e ridiscutere su un voto politico che, anche se non ti cambiava la vita, ti dava modo di essere partecipe in modo consapevole della tua storia.

Siamo un popolo, così dicono: eppure dovremmo essere un esercito che non trema  mai. Il nostro tremore lo curiamo con le distrazioni.

Alziamo la voce, nella maggioranza dei casi, solo per per far intendere al prossimo che noi abbiamo un’idea. Magari poi, quando non ci ascolta più nessuno, ce ne torniamo a casa, dimenticandoci perfino di cosa abbiamo strillato fino a poche ore prima.

Ci si indigna, ai nostri giorni, come non mai. Un tempo (credo) i nostri genitori o i nostri nonni, si arrotolavano le maniche e si davano da fare. Oggi, il maggior movimento che eseguiamo, è quello di allungare il braccio destro e puntare il dito.  Verso gli altri, i cattivi, quelli che non capiscano, quelli che non pensano come noi.

E ci rintaniamo la sera, nelle nostre casette, aprendo la porta, pulendoci col dorso della mano la bava dalla bocca. Chiudiamo la porta e ci consoliamo nella solitudine della nostra tana.

Di conigli.

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